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A margine

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Lucio Babolin
Welfare: solo nubi all'orizzonte
Il rinnovo del contratto nazionale delle cooperative sociali, le posizioni assunte da Giovanardi in materia di droghe e i tagli al fondo politiche sociali richiedono risposte urgenti e vigorose

Commento tre fatti di questi giorni che infittiscono di nubi l'orizzonte, già nuvoloso, delle politiche di welfare del nostro Paese.

Primo fatto: ho deciso di prendere una posizione molto dura sul contratto delle cooperative sociali che languisce da mesi in una trattativa snervante che sembra non produrre alcun risultato: ho scritto alle centrali cooperative e alle organizzazioni sindacali che noi daremo indicazione alle cooperative sociali che sono socie del CNCA perché non diano applicazione ad un contratto che oramai non è più in grado di rispondere a nessuno dei problemi che i lavoratori del sociale devono pesantemente subire.
La discussione sul tavolo negoziale si limita (almeno per le informazioni che abbiamo) alla quantità di aumento salariale da corrispondere ai soci-lavoratori delle cooperative sociali.
Nessuno sembra porsi seriamente, né tanto meno proporsi di affrontare, utilizzando l'opportunità offerta dal tavolo nazionale aperto, le questioni vere del settore che riguardano il salario solo in seconda battuta.
Le abbiamo chiaramente elencate nella nostra presa di posizione e sono, d'altronde, ben note a tutti gli addetti ai lavori:

- definizione della figura giuridica del socio, oggi messo nella condizione di confliggere con se stesso, stretto nella morsa della doppia identità di lavoratore dipendente e di titolare d'impresa;

- riconoscimento della funzione pubblica della cooperazione sociale, in particolare di quella di tipo A, con la definizione delle relative conseguenze sul versante del rapporto contrattuale tra cooperative e istituzione pubblica (riserva di servizi, convenzionamento diretto, ecc.);

- certezza del pagamento dei corrispettivi da parte degli Enti pubblici invianti e accordo con il sistema bancario a garanzia dell'anticipazione dei crediti vantati e dell'abbattimento dei relativi interessi;

- determinazione di standard funzionali e di regimi economici (rette) omogenei sull'intero territorio nazionale per singolo settore di intervento (tossicodipendenze, minori, disabilità, psichiatria, ecc.);

- definizione di linee guida nazionali per la stesura dei progetti individuali di avviamento al lavoro dei soggetti svantaggiati presso le cooperative sociali.

E abbiamo chiesto che al tavolo del contratto nazionale o in tavolo parallelo e contemporaneo siano convocate le Istituzioni nazionali e regionali che su queste materie possono raggiungere, con i soggetti deputati alla contrattazione collettiva nazionale, un accordo che potrebbe essere recepito in un atto d'intesa Stato-Regioni.
Ci siamo chiesti se la nostra lettera sia stata letta dai diretti interessati, visto che da parte di nessuno di loro è giunto alcun segnale di recepimento: silenzio assoluto, come se avessimo sollevato questioni di poco conto o come se avessimo ventilato una minaccia che, poi, tanto non applicheremo.
Allora, oggi, aggiungiamo qualcosa in più e non solo confermiamo il nostro suggerimento, ma segnaliamo che in molte Regioni non vi sarà bisogno di questa forma di protesta perché tanto il nuovo contratto non sarà applicato perché le cooperative non dispongono dei mezzi finanziari per poterlo fare.
E noi stiamo pensando ad uno sciopero alla rovescia attivato contro Stato, Regioni, ma anche contro chi rinnova contratti senza senso.

Secondo fatto: l'On. Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alle dipendenze, ha convocato venerdì 18 luglio alla sala riunioni della Camera tutte le organizzazioni del privato sociale che si occupano del problema per avere da loro suggerimenti, proposte, opinioni.
Ha salutato i presenti ricordando che si può discutere di tutto, si può decidere tutto quello che si vuole, ma due paletti devono essere mantenuti assolutamente fermi: l'illiceità dell'assumere droghe, perché drogarsi non è un diritto, e l'esigenza che ogni presa in carico punti a portare la persona fuori dalla dipendenza e dall'uso di sostanze.
Mi sembra che queste due affermazioni categoriche abbiano il pregio della sinteticità che hanno sempre gli slogan, ma nulla più.
Perché affermare che "non esiste il diritto a drogarsi" e che "drogarsi è un atto illecito" non chiarisce molte cose che andrebbero invece rese evidenti.
Intanto non chiarisce se quando si parla di chi si droga stiamo parlando sia dell'assuntore occasionale, sia del consumatore abitudinario, sia del dipendente: e non mi sembra che le condizioni siano le medesime.
Poi non si dice perché questo diritto non esiste.
Pensiamo sia perché "drogarsi fa male": appunto come il fumo, come l'alcol, come la caffeina, eccetera.
Come mai allora, a parità di rischio e di danni alla salute, non si applica lo stesso principio di illiceità e in Italia abbiamo sostanze legali e sostanze illegali?
Non sarà che siamo di fronte, come su molte altre materie, a decisioni che attengono alla sfera delle convenzioni sociali, delle culture di un popolo, alle etiche e alla morale?
Come pure: dove sta scritto che se un comportamento è dichiarato illecito deve necessariamente essere perseguito con sanzioni amministrative e penali?
Perché non potrebbe essere sanzionato con interventi di tipo relazionale, educativo, comunitario?
E, relativamente ai trattamenti con l'obbligo di prefiggersi sempre l'uscita dalla situazione problematica, come la mettiamo con le situazioni di cronicità che già riguardano migliaia di tossicodipendenti del nostro Paese? Tutte queste persone le buttiamo via? Rinunciamo per loro ad interventi di mantenimento? Applichiamo loro la tecnica dell'abbandono?
E - domanda all'onorevole - sono comprese in questa categoria dei trattamenti inutili e dannosi anche tutte le pratiche della cosiddetta "riduzione del danno" che prima ancora che puntare alla fuoriuscita dal problema puntano alla salvaguardia della vita?  Non ci ha risposto.

Terzo fatto, forse il più grave.
L'azione congiunta di una serie di tagli previsti - con anticipazione al 2008 - nella finanziaria 2009 sembra stia producendo, già da quest'anno, la riduzione del fondo per le politiche sociali dall'attuale miliardo di euro a 750/760 milioni di euro.
E sembrerebbe, stando a dichiarazioni provenienti anche dal ministero del Welfare, che già dal 2009 ci si attesterà su una cifra pari alla metà di quella attuale.
Eppure Tremonti ha voluto rassicurarci dichiarando che tutto il ricavato della Robin tax sarà destinato alle politiche sociali.
Peccato che lui pensi sempre ad elargizioni salariali che suonano come assistenziali e benefiche, come il bonus spesa per i poveri, mentre noi ci riferiamo a quella dotazione strutturale, indicizzata, da raddoppiare almeno da subito, che permette alle autonomie locali di definire il quadro dei servizi che lo Stato mette a disposizione dei cittadini e delle cittadine che si trovano in situazione di povertà o di forte disagio sociale e che, come si sa, da tempo si aggirano oramai sui dieci milioni.
Incurante, il Governo, del richiamo che su questo tema viene dalle Regioni, dalle organizzazioni del Terzo settore, dalla società civile.
Probabilmente bisognerà che questi mondi decidano di mobilitarsi, di darsi una voce, di gridare allo scandalo anche con forme eclatanti di protesta civile.
Pensiamo sia ancora tempo di rivendicare il diritto ai diritti, almeno quelli essenziali per vivere.