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Patrizio Gonnella
Emergenza razzismo
L'intervento che il presidente di Antigone ha fatto all'incontro "Senza inclusione non c'è sicurezza", organizzato a Milano dal Cantiere Welfare 

Scarica il testo dell'intervento.


Carlo De Angelis
I rom e i sinti si autorganizzano
Dovendo fronteggiare un dibattito che rischia di travolgerli, hanno deciso di scegliere da sé la propria rappresentanza. E l'8 giugno hanno sfilato a Roma per rivendicare dignità e diritti

Scorrendo i titoli dei giornali e vedendo i notiziari tv appare chiaro che si discute del popolo rom, della loro condizione, solamente in termini di pura sicurezza e ordine pubblico.
Impronte digitali anche ai minori (non a Roma), foto segnaletiche, registrazioni coatte, censimento separato. Possiamo discutere molto, soffermarci sui dettagli,  ma nella sostanza  si tratta di una pura azione di schedatura poliziesca. Poiché l'azione è repressiva ed è rivolta ad una parte della popolazione - ad una parte peraltro che è una ridottissima minoranza (forse 150.000 in tutta Italia, in Spagna sono quasi un milione) - ha l'odore forte, acre dell'azione discriminatoria e razzista.
Nessuno ci dice a cosa realmente serve questa vasta e capillare operazione.
Nessuno si sbilancia a definire gli scenari futuri.
Se sono queste  le premesse non c'è da sperare per il meglio.
Purtroppo assistiamo quotidianamente ad una deformazione della realtà. La quasi totalità dell'informazione e l'azione politica del governo del Paese sono guidate da sostanziali disinformazioni e fantasie costruite ad arte.
I rom sono nomadi!
La maggioranza dei rom è stanziale. A Roma ci sono comunità presenti nei campi da altre 30 anni. Da anni ormai il nomadismo non è più una condizione di vita per molti rom.
I rom sfruttano i minori e non li mandano a scuola!
Dalle esperienze concrete sappiamo che, dove ci sono condizioni di vita dignitose, il diritto al gioco  e allo studio è garantito e rispettato, e questo vale anche per i rom, soprattutto per quelli che vivono nei villaggi attrezzati, a maggior ragione per chi sta nelle civili abitazioni.
I rom non vogliono vivere nelle case!
Ci risulta che molti rom soprattutto di origine italiana vivono da decenni dentro normali case. Alla fine degli anni Settanta, inizi anni Ottanta, a Roma furono consegnate decine di case popolare a famiglie rom che oggi vivono in un normale contesto cittadino.
I rom non lavorano!
È evidente la difficoltà di trovare un giusto lavoro tenuto conto della scarsa professionalità. Ma è sbagliato pensare che gli unici lavori per i rom siano quelli della lavorazione del rame e della vendita dei vestiti e oggetti  usati. Diversi progetti realizzati in questi ultimi anni hanno dimostrato che è possibile costruire percorsi formativi e di inserimento lavorativo personalizzati per giovani e adulti rom.
Queste poche banali considerazioni ci permettono di porci altre domande.
Perché continuiamo a realizzare campi sosta? L'idea è forse quella di gestire la situazione attuale come una rete di campi profughi, stile intervento emergenziale nel sud del mondo? Questo spiega il nuovo protagonismo della Croce Rossa?
Stiamo nella fase emergenziale in cui servono interventi d'emergenza sanitaria, generi di prima necessità alimentare, pratiche di assistenzialismo?
D'altra parte l'immobilismo dei Governi e delle Amministrazioni precedenti hanno determinato la diffusione del  modello "Belice": dopo anni, ancora lì nei container (quando va bene)!
Quali sono le condizioni per tentare un cambiamento di rotta?
L'elemento che ci sembra di novità non sta tanto nelle dichiarazioni di qualche politico, nelle prese di posizioni dell'associazionismo o della Chiesa cattolica o nell'autorevole intervento dell'Unione Europea. Tutto questo fa parte di uno scenario già abbastanza conosciuto.
La novità è invece rappresentata dal sussulto di orgoglio del popolo rom e sinti.
L'8 giugno scorso una manifestazione colorata, variopinta e allegra ha attraversato la città di Roma.
È stato un corteo in solidarietà con il popolo rom e sinti che per la prima volta ha visto sfilare una maggioranza di rom provenienti da tutta Italia e le delegazioni rom di altri Paesi europei.
Un fatto eccezionale perché rappresenta l'inizio di un nuovo processo di  rappresentanza politica della popolazione rom che fino ad oggi non c'era.
Per una cultura basata sull'oralità non è forse facile costruire percorsi diffusi di rappresentanza politica e istituzionale stabile, ma è esattamente questa la sfida odierna.
Questo vuoto va colmato soprattutto oggi che il popolo rom è così esposto a politiche discriminatorie e razziste. È purtroppo un ritardo anche rispetto alle altre comunità migranti, che nel nostro Paese hanno rappresentanze riconosciute anche dal sistema ufficiale di rappresentanza istituzionale, seppure limitatamente alle istituzioni amministrative.
Fino ad oggi  i rom sono stati spesso rappresentati da alcune associazioni di italiani o da singoli rom. Per anni le stesse amministrazioni e istituzioni hanno interloquito con rappresentanze più o meno legittime e accreditate.
È mancato per troppo tempo un percorso collettivo che ora è però iniziato, anche per merito del  supporto dato da  alcune organizzazioni gagé (non rom) impegnate con questa popolazione.
Sono state organizzate delle elezioni democratiche fra la popolazione rom, soprattutto nei villaggi e campi attrezzati, riscuotendo un buon risultato di partecipazione e la conseguente elezione di delegati legittimi, accreditati rispettando peraltro la quota rosa.
Il percorso intrapreso produce sviluppo della partecipazione, che non può essere ridotta alla semplice consultazione, assumendo forme organizzate che consentono, anche a coloro che ne sono da sempre esclusi, di partecipare alla programmazione, attuazione, monitoraggio e valutazione degli interventi tesi a contrastare povertà ed esclusione sociale. I rom, non più soggetti passivi, diventano protagonisti attivi del loro futuro e del confronto con le istituzioni e la società civile. Mancano ancora di esperienza, ma tutto ciò può essere una buona pratica per un nuovo modo di governare la sfera pubblica.
È una tappa importante di un percorso ancora tutto da esplorare e l'ulteriore risultato positivo è stata la  riuscita della manifestazione dell'8 giugno e la nascita di coordinamenti cittadini e nazionali anche aperti a tutte le realtà o ai singoli impegnati con e per i rom.
In questa nuova situazione gli organismi del terzo settore dovranno sostenere questo processo di nuovo protagonismo dei rom, sottraendosi alla tentazione, purtroppo praticata in passato, di  sostituire in qualche modo i legittimi rappresentanti del popolo rom.
Speriamo che questa novità contribuisca a voltare pagina, perché un popolo senza rappresentanza difficilmente riesce a far rispettare i propri diritti e conservare la propria cultura.


Don Armando Zappolini
"Razzismo, non in nostro nome"
È nato in Toscana un cartello di organizzazioni civiche impegnato contro il clima di discriminazione che va diffondendosi. Primo obiettivo: no al Cpt nella regione

La Regione Toscana si caratterizza da anni per la grande capacità di risposta sociale e di accoglienza alle varie forme di disagio ed alla presenza di numerosi cittadini stranieri sul proprio territorio. I vari servizi e la forte capacità di integrazione fra Pubblico e Privato Sociale nascono da una cultura, da una visione della vita nelle quali non hanno mai trovato posto finora pensieri di razzismo e di esclusione.
Il clima che invece si sta sviluppando in Italia sta portando anche in Toscana una forte preoccupazione, sia per la pesantezza delle affermazioni che si sentono pronunciare che per il tentennamento di alcune amministrazioni comunali della regione.
È per questo motivo che alcune realtà della Cittadinanza Attiva toscana (ARCI, CNCA, ARCI Firenze, Caritas Firenze, COSPE, Fondazione Michelucci) si sono aggregate nel Cartello "Razzismo, non in nostro nome" ed hanno chiesto un incontro con la presidenza della Regione (il presidente Claudio Martini ed il vice presidente Federico Gelli). È stato presentato un documento al quale la presidenza ha risposto con piena condivisione, impegnandosi a fare tutto quello che è in suo potere per impedire la realizzazione di un Cpt/Cie (Centro di identificazione ed espulsione) in Toscana e per arginare questa deriva repressiva e securitaria che imbarbarisce il dibattito di questi mesi.
È stata poi espressa in modo forte alla presidenza la volontà di favorire lo sviluppo di una consapevolezza in tutte le realtà toscane perché nessuna cooperativa o associazione si renda disponibile alla gestione dell'eventuale Cpt/Cie che il governo realizzasse in Toscana. Questa volontà si è poi rinnovata anche in un incontro territoriale svolto a Pisa dove il Cartello ha coinvolto anche altre realtà che si occupano da anni di servizi di accoglienza e accompagnamento di cittadini immigrati: cooperative sociali, Caritas, Africa Insieme, ecc.


Diego Giacometti
Un limite da non varcare
In Trentino Alto Adige la Federazione regionale del CNCA ha co-promosso due importanti iniziative di sensibilizzazione contro la xenofobia

Non ci siamo svegliati adesso, guardavamo in altre direzioni.
Guardavamo in altre direzione occupandoci, aspetto che ci caratterizza, delle persone e condividendo con loro pezzi di esistenza, sapendo che c'era - e c'è - per loro e per noi un grave problema economico nel quale siamo entrati e nel quale stiamo sprofondando con un senso collettivo di totale impotenza.
Stavamo iniziando a palare di decrescita e stili di vita sostenibili, stavamo dicendo con forza che la questione sociale è la vera questione.
Guardavamo da un'altra parte, forse lo sguardo era più in alto.
Ci hanno riportato su tematiche che, francamente, davamo per scontate, diritto ai diritti!
Mentre ci deviavano l'attenzione raccontandoci i problemi che affliggono la magistratura, ci hanno solleticato sul tema degli omosessuali, ci hanno bombardato sul tema della sicurezza fino a pensare a sistemi di ronde per la caccia ai devianti, infine si sono permessi di riproporre il tema della discriminazione razziale.
Direi che hanno superato il limite, direi che sembrano quei bambini che "ci provano" un po' per sfida al mondo adulto, un po' per dichiarare la propria esistenza; a questi bambini, si sa, è bene dare il limite: deve essere un limite posto dall'esterno, perché il meccanismo narcisistico di base crea una sindrome di onnipotenza.
Quella che è stata l'esperienza in Trentino racconta di un limite che non è stato quindi di protesta, ma un preciso segnale di demarcazione culturale.
Ultimamente nel nostro territorio sono proliferati gruppi di protesta che, animati dalle migliori intenzioni e da una certa velocità di azione, hanno animato in molte occasioni le nostre piazze; ma piano piano, per una serie di meccanismi sono diventati "quelli" che protestano, un gruppo definito nel quale le persone faticano a sentirsi parte.
L'operazione che abbiamo tentato di fare in Trentino è stata un'operazione di tipo culturale, con due manifestazioni, "6giugnoinsieme" - una marcia della convivenza - e "...adesso schedateci tutti", sul tema della uguaglianza delle persone e dei cittadini.
Due manifestazioni che si sono fondate su trasversalità, differenziazione e proposta.
Straordinaria la trasversalità dei mondi che si sono incontrati. È stato fondamentale creare una rete allargata di soggetti, dove il CNCA ha lavorato per individuare il tema trasversale e condivisibile con storie diverse come quelle dei sindacati, delle ACLI, delle associazioni di stranieri, della Cooperazione Trentina. Abbiamo cercato, fin dall'origine, di costruire un tema capace di interrogare mondi differenti, non di arrivare a sensibilizzare i già sensibili, chi si occupa nello specifico di singole problematiche.
In secondo luogo abbiamo definito una posizione politica chiara. Abbiamo cercato di costruire un messaggio di differenziazione che si è basato sul distanziamento dalle scelte politico culturali di quel gruppo (che ci governa e di chi questo l'ha scelto) e, contemporaneamente, sulla volontà di proporre un modello sociale e politico che non pretende di essere assoluto, ma di una parte; su questo credo che in molti si siano sentiti sollecitati a trovare una loro collocazione attiva.
Il messaggio che abbiamo cercato di proporre ha toccato le radici valoriali: abbiamo scritto che «le donne e gli uomini che vivono e lavorano in questa terra hanno fondato il proprio benessere sociale e civile sull'etica del lavoro, della solidarietà e sulla cultura dell'accoglienza... In Trentino l'accoglienza è praticata quotidianamente da singoli cittadini, da associazioni laiche e religiose ed ha sempre legato la dimensione dell'incontro e del confronto tra culture al comune rispetto delle regole su cui è fondato il nostro vivere civile».
Sul tema delle impronte digitali, abbiamo ribadito la nostra volontà a «non voler fare passare sotto silenzio una misura dal chiaro sapore discriminatorio e razzista ammantata da giustificazioni di carattere umanitario. Non vogliamo essere complici di misure volte a differenziare le persone per censo, caratteristiche etniche, culturali e linguistiche».
Abbiamo proposto alle persone di prendere posizione per un'iniziativa pubblica di cittadinanza lungo le vie della città, per testimoniare l'impegno per la convivenza, a favore del dialogo e del rispetto reciproco. Insieme per dire che le paure non vanno alimentate ad arte, ma affrontate con il coraggio di chi sa che dalle sfide più difficili si esce più consapevoli di un destino comune. Insieme per affermare ancora una volta la volontà di vivere in un Trentino ricco delle proprie diversità, orgoglioso delle proprie radici, fiero della propria apertura al mondo, consapevole che ad ogni diritto si accompagna un dovere. Ma soprattutto in un Trentino capace di coltivare operosamente la fiducia in un futuro di equità, giustizia e benessere per tutti senza distinzioni... in molti sono accorsi, molti hanno detto sì, molti.