Mons. Alessandro Plotti
Condivisione e solidarietà: dare un futuro al Paese
Nella crisi che stiamo attraversando anche il senso di responsabilità sociale appare fortemente debilitato. Svilupparlo, significa creare occasioni di incontro e di impegno, specie per i più giovani
Uno dei fenomeni più dilaganti e quindi più preoccupanti è, a mio parere, la progressiva perdita, da parte della nostra gente, del senso civico e sociale, nella sua accezione etica.
Stanno succedendo cose inimmaginabili e assolutamente riprovevoli in tutti i settori della vita sociale e politica del nostro Paese, tacitamente e inconsciamente assorbiti e digeriti dall'indifferenza generale, che osserva, forse giudica, ma non si indigna, non prende posizioni nette, non protesta, come se ormai la deriva morale avesse preso una piega inarrestabile.
Il debordare arrogante del potere politico oltre e al di sopra delle proprie competenze, lo scontro virulento tra le Istituzioni pubbliche, calpestando le reciproche complementarietà, la diffusa e plateale manifestazione di trame corrosive del bene comune, per il prevalere degli interessi personali o di casta, l'affievolimento dello spirito di servizio a favore di una rampante e sconsiderata ricerca del potere e del successo, il bombardamento sull'opinione pubblica delle banalità qualunquiste delle televisioni soprattutto commerciali creano un panorama davvero frustrante e deprimente.
Senza parlare, come si dovrebbe, della povertà sempre più diffusa nei ceti medi, dell'assenza di ogni considerazione per i più deboli e i più sfortunati, del prevalere di logiche corporativistiche e individualistiche, che fanno scivolare il bene comune e la difesa della dignità umana a posti in graduatoria assai insignificanti e marginali.
Si può fare qualcosa per frenare o, meglio, per fermare questa deriva?
Credo che molti cittadini "di buona volontà" se lo pongano questo interrogativo. Ma, siccome è fatica pensare e ancor più coinvolgersi, troppi finiscono per farsi prendere da quel male, spesso incurabile, dell'anonimato, del defilarsi e del chiudersi nel proprio piccolo mondo, per salvare il salvabile da questa onda di male.
Penso che il primo modo per arginare questa malattia dell'indifferenza sia quello di dar vita a luoghi e spazi per dibattere, per incontrarsi, per confrontarsi e per sollecitare le coscienze sulla assoluta e ineludibile responsabilità al sociale.
Una volta, non tanto lontana, c'erano i partiti, le associazioni, i bar e le osterie, i circoli, le Case del popolo, i gruppi culturali, che creavano quel clima prepolitico che permetteva di sentire come dovere primario quello di occuparsi anche degli altri, per una condivisione aperta a nuovi orizzonti di compartecipazione, di educazione e di fraternità.
Una seconda suggestione mi sembra utile far prevalere: occuparsi più seriamente delle nuove generazioni, offrendo loro itinerari educativi impegnativi ed efficaci.
Siamo noi adulti i responsabili della crescita culturale ed etica dei giovani. Bell'esempio di coerenza e di disinteressata condivisione stiamo dando ai giovani! A cominciare dalle famiglie che spesso, per quieto vivere, abdicano alla loro responsabilità formativa. La crisi della famiglia è qui, soprattutto, nel non saper assumere il proprio ruolo e nel delegare a non si sa chi, questa incombenza.
Scuola, organizzazioni religiose e culturali, centri per lo sport e il tempo libero, famiglia dovrebbero creare spazi di collaborazione e di integrazione, dove, pur con diverse competenze e articolati impegni, si maturi un progetto educativo "integrato" che possa accompagnare i giovani nella loro crescita armonica e fortemente personalizzata.
E una terza linea riguarda le associazioni di volontariato nei vari campi del disagio e dell'emarginazione, che dovrebbero con più forza e più capillarità offrire ai giovani occasioni preziose per educarsi allo spirito di servizio, per una uguaglianza vera, che sappia giocare in positivo le diversità.
Bisogna trovare il modo di far esplodere tutte quelle potenzialità spesso latenti e frustrate, nella scoperta della dimensione della gratuità e della cooperazione, che diventano così colonne portanti di una promozione sociale, non marginale e velleitaria, ma centrale nel futuro del nostro Paese.





