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8 marzo, le donne italiane esigono politiche adeguate

Il paese non le sostiene nei loro progetti di vita

COMUNICATO STAMPA

Don Zappolini: “8 marzo, le donne italiane esigono politiche adeguate”

Il paese non le sostiene nei loro progetti di vita. E sono le prime a pagare per i tagli ai fondi sociali
e ai bilanci degli enti locali

Roma, 7 marzo 2011

“Le donne italiane esigono, insieme ai mazzi di mimosa, politiche serie e finalmente incisive che le aiutino a realizzare i loro progetti di vita”, afferma don Armando Zappolini, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA). “La politica, ma anche i soggetti economici e sociali sono inadempienti rispetto a quanto affermato dalla stessa Costituzione sull’uguaglianza tra i sessi.”

“Ci domandiamo, preoccupati, perché le donne italiane che lavorano sono così poche, soprattutto al Sud”, continua don Zappolini. “Basterebbe dare un’occhiata ai servizi per l’infanzia. L’indice dei bambini tra 0 e 2 anni (ogni 100) che sono presi in carico dagli asilo nido pubblici è, in Italia, pari al 10%, un dato sconcertante che diventa drammatico nel Mezzogiorno: se in Emilia Romagna 24 bambini sotto i due anni ogni 100 usufruiscono di questo servizio, in Sicilia sono 6, in Campania e Calabria addirittura 2. Ma il Governo non solo non affronta questa situazione, ma vara nuovi tagli: il fondo per le politiche per le famiglie è sceso dai 346,5 milioni di euro del 2008 ai 52,5 del 2011; il Fondo servizi infanzia ha perso anche i miseri 100 milioni del 2008 ed è stato azzerato; il Fondo infanzia e adolescenza langue a 40 milioni. Forse qualcuno preferisce che le donne restino a casa a occuparsi di bambini e anziani non autosufficienti, permettendo così di ridurre ancor più il nostro welfare.”

“Non si è capito,” conclude il presidente del CNCA, “che questo non rispetto dei diritti fondamentali delle donne è pagato non solo da loro, ma dalle famiglie italiane nel loro complesso, ormai non più in grado di reggere la pressione che le trasformazioni sociali ed economiche scaricano su di esse: il welfare ‘familista’, centrato sul capofamiglia maschio unico percettore di reddito, è arrivato al capolinea da parecchio tempo. Una miopia che danneggia anche l’economia del paese. L’Italia è al 74° posto, su 114 paesi, per la parità di genere, e scende al 94° per la parità nella partecipazione economica. L’enorme serbatoio di capacità e di idee che le donne potrebbero apportare anche nelle attività economiche rimane in gran parte inutilizzato. Non ci sono dunque scuse: chiediamo riforme, non tagli.”

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