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Caso Regina Pacis, conseguenza di logiche repressive

Il CNCA: “Vicenda Regina Pacis: voler fare e tentare di fare il bene, non è garanzia sufficiente al farlo bene”. Difficile sottrarsi alla filosofia violenta che ispira i CPT

 

ROMA – Voler fare e tentare di fare il bene, non è garanzia sufficiente al farlo bene. Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), in merito alla vicenda di don Cesare Lodeserto, arrestato per presunte “violenze” sulle persone “costrette” all’accoglienza presso il Centro di permanenza temporanea (CPT) Regina Pacis, ritiene che tale vicenda metta in assoluto risalto un fatto: accettare di gestire, con responsabilità organizzative dirette, una struttura repressiva quali sono i CPT (più volte contestati perché coercitivi, tendenzialmente orientati alla negazione dei diritti primari di cittadinanza, sovraffollati, presidiati dalle forze dell’ordine, dai quali è impedita l’uscita) determina di per sé l’accettazione di un filosofia violenta alla quale risulta faticoso sottrarsi come cittadini, come organizzazioni del privato sociale.
Per questo ci siamo da sempre opposti sia all’idea dei Centri di permanenza temporanea, sia alla loro gestione da parte di organizzazioni del privato sociale, chiedendo allo Stato di ricondurli all’interno di un sistema integrato territoriale di servizi non custodialisti, ma orientati all’accoglienza.
La decisione di por fine alla convenzione con il Ministero da parte della Diocesi di Lecce ci sembrava volesse e dovesse significare non tanto “maggiore libertà” (che potrebbe essere interpretata come “facciamo quello che vogliamo e come vogliamo noi”), ma desiderio di inversione di tendenza e cambiamento nello stile di accoglienza di quel centro, in sintonia con molte sollecitazioni provenienti anche dal mondo ecclesiale locale e nazionale.
Per questo non ce la sentiamo di difendere a priori don Cesare, anche perché il CPT di Lecce è stato più volte oggetto di denunce per violenze fisiche e psicologiche nei confronti delle persone ospitate che, se verificate e accertate, testimonierebbero una responsabilità anche personale del Direttore del centro.

Quando si accettano logiche e culture istituzionali “violente” nei confronti delle persone è inevitabile diventarne se non complici perlomeno prigionieri e venir meno al ruolo educativo e solidaristico.
Con altrettanta fermezza e libertà di coscienza ci sembra, però, doveroso richiamare l’attenzione sull’eccesso di zelo del magistrato che ha deciso di disporre l’arresto per ipotesi di reato che non ci sembrano tali da giustificare la restrizione della libertà personale.
Siamo e restiamo garantisti pur riconoscendo il diritto-dovere di sottoporre tutti i servizi resi alle persone da parte di chicchessia alle regole e alle verifiche necessarie a garantire la tutela dei diritti primari di ogni donna e di ogni uomo.
Ci sembrano, in ogni caso, eccessive, sospette e, forse, interessate le levate di scudo a totale difesa di don Cesare e della sua attività a prescindere dalla verifica della corrispondenza tra i reati contestati e i comportamenti messi in atto.
Anche noi ci auguriamo con don Cesare possa dimostrare la sua totale estraneità alle accuse che gli vengono mosse, che possa in modo trasparente dimostrare quanto lavorare sulla frontiera del disagio e della lotta alle povertà esponga al rischio, a volte, di dover sfidare le regole del comune sentire e, forse, anche le leggi che ostacolano o impediscono l’esercizio del diritto di asilo.

Ma ciò non ci indurrebbe ad esprimere un giudizio positivo sul centro Regina Pacis e sugli altri Centri di permanenza temporanea. Sarebbe come legittimare l’uso violento della giustizia e della legalità.

Roma, 14 marzo 2005

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