Il Virus e il punto di svolta

Grandi storie, viaggi di esplorazione, avventure, imprese epiche. Lì c’è sempre un momento chiave: un passaggio oltre il quale non si può tornare indietro e tocca scrivere una pagina inedita. È così in questi giorni.

Accadde all’improvviso, senza preavviso.

Una specie cambiò il suo modo di stare al mondo e divenne aggressiva.

Non le bastava più l’equilibrio con le altre forma di vita, voleva dominare, distruggere, uccidere.

“Virus”: con questo nome imparammo a temerli. Non da subito, forse all’inizio ci sentivamo immuni, non volevamo credere che potesse accadere davvero.

Quando portarono nella vita, nella nostra vita, una scia di morte e di angoscia percepimmo la minaccia, temendo fossero onnipotenti. Ma erano potenti, non onnipotenti. Così iniziammo a reagire. In modi inaspettati, gridando “andrà tutto bene”, inventando nuove forme di resistenza e di lotta.

Al virus rimase la possibilità di scegliere: o continuare una guerra senza quartiere e andare incontro alla sua distruzione oppure cambiare. All’improvviso, senza preavviso. Rinunciare al suo delirio di onnipotenza e cambiare. Trovare un modo diverso di stare al mondo, meno aggressivo, meno distruttivo. Era già successo e poteva succedere ancora.

I Virus lo sanno, è questione di tempo, ma lo sanno: la Vita è più forte, sempre.

Nella storia della Vita, in oltre tre miliardi di anni, ci sono specie che hanno imparato a vivere in simbiosi, a rendersi utili…

Anche i virus possono mutare.

E se  il virus fossimo noi?

Siamo su questa terra da poco tempo e già la Vita ci percepisce come una minaccia.

Abbiamo depredato, inquinato, sterminato… La Natura si sta ribellando. La Natura ha leggi che non conosciamo e che abbiamo infranto. Non che qualcuno o qualcosa abbia deciso di punirci. Però forze profonde e incomprensibili ci si sono rivoltate contro.

Non siamo onnipotenti. Siamo fragili.

Abbiamo vissuto gli ultimi decenni in una corsa frenetica, delirante, distruttiva. Siamo diventati un virus letale.

Come i virus, anche noi possiamo cambiare.

Questa tragica esperienza che ci è toccato vivere ci può insegnare molto. Non siamo onnipotenti, anche se per decenni abbiamo coltivato l’illusione di esserlo. Non lo sono i medici, che in questi giorni hanno vissuto la straziante esperienza di sentirsi impotenti. Non lo sono i giornalisti, gli operatori sociali, gli scienziati… non lo siamo noi tutti che non riusciamo a prendere sonno di fronte a tanta sofferenza. Non lo sono i politici, e sempre più percepiamo anacronistico il loro tentativo di vendere certezze quando tutto sono sopraffatti dai dubbi…

Siamo fragili, lo siamo sempre stati…

Questa fragilità ci appartiene e ci contraddistingue. Margaret Mead sosteneva che il primo segno di una civiltà antica era un femore rotto che è guarito. “È la prova che qualcuno si è preso del tempo per stare con colui che è caduto, ha legato la ferita, ha portato la persona in sicurezza e ha curato la persona attraverso il recupero. Aiutare qualcun altro a superare le difficoltà è dove inizia la civiltà”.

Lo sapevano bene i nonni dei nostri nonni che vivevano dei frutti della terra: nella società contadina quando c’era bisogno ci si aiutava reciprocamente. A lavorare i campi, a lavare le lenzuola, a fare il vino… l’aiuto reciproco era la prima regola per vivere e sopravvivere.

Nessuno si salva da solo.

Facciamo parte di un unico grande ecosistema, per questo abbiamo bisogno di coltivare sguardi d’insieme. Economia, medicina, psicologia, ecologia, architettura, sociologia… Ogni scienza ha il suo sapere specifico (e stiamo riscoprendo l’importanza di persone competenti…), ma nessuno può pensarsi autoreferenziale. Non possiamo più ragionare per compartimenti stagni: come in ogni ecosistema, le interazioni e gli intrecci sono continui. Le troppe disuguaglianze che attraversano le nostre società e i nostri ambienti non sono sostenibili, e se non vengono colmate produrranno sempre più effetti devastanti. Sentiamo l’urgenza di nuovi equilibri tra le persone e con la natura; qualsiasi forma di sviluppo dovrà essere “sostenibile nel tempo”.

In questi giorni per noi così complicati, l’aria delle nostre città è tornata respirabile e chi ha la fortuna di vivere in zone verdi ha potuto apprezzare un silenzio nuovo, intervallato dai suoni della natura più che dai rumori dei motori. Immagino che gli animali selvatici stiano apprezzando questo cambiamento.

Abbiamo bisogno di uno sforzo corale, un invito ad esercitare la responsabilità individuale e collettiva. A partire dai più giovani, che a questa crisi stanno pagando un prezzo altissimo, perché hanno già dimostrato di saper condividere e di saper immaginare una realtà differente. Con loro possiamo agire la nostra responsabilità verso un futuro desiderabile.

Come è stato scritto su un muro da qualche parte nel mondo, “non possiamo tornare alla normalità, semplicemente perché la normalità era il problema”. Allora, proviamo a cambiare!

Massimo Ruggeri
Consiglio nazionale CNCA

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