La denuncia della Lelat di Messina
Pubblichiamo questa lettera aperta redatta dalla Lelat di Messina, organizzazione aderente al CNCA, per denunciare la grave situazione in cui si è venuta a trovare la sua comunità terapeutica per tossicodipendenti.
Al Ministro della Salute
Al Ministro di Giustizia
Al Presidente della Regione Sicilia
Al Tribunale di Sorveglianza
All’A.S.P.
Al C.N.C.A.
Alla Stampa
Oggetto: Politica dell’A.S.P. sulle tossicodipendenze.
La politica di risparmio dell’A.S.P. sta finendo con il contrastare con l’operato delle Comunità Terapeutiche, anzi con il vanificarne l’efficacia. Fino a qualche anno fa erano i Ser.T. ad insistere perché i tossici entrassero dentro le C.T., sapevano che, soprattutto per i cronici, le comunità offrivano la risposta più efficace. Ciò comportava la costituzione di liste di attesa perché le C.T. erano troppo piene e troppo poche per soddisfare il fabbisogno crescente. Si ricorderanno gli articoli di cronaca che parlavano di genitori che pernottavano con i loro figli davanti ai cancelli di talune Comunità.
Oggi questa pressione si è allentata, anche perché gli eroinomani, con il loro carico di dolore, sono diminuiti, i cocainomani non si sentono dipendenti, per cui a spingere per entrare in Comunità sono ormai quasi esclusivamente i detenuti che sperano di poter uscire dal carcere con una misura alternativa. La gran parte di costoro, finita di scontare la pena, lascia la C.T., altri invece, avendo sperimentato l’efficacia del programma terapeutico, decidono di ultimarlo anche dopo aver scontato la pena, volontariamente.
Di costoro, pochissimi ricadono nella tossicodipendenza e nelle attività illegali. Gruppi, psicoterapie, vita scandita da regole, sostegno ai genitori, alle mogli e ai figli, determinano il “miracolo” dall’affrancamento dalla vecchia vita.
La nostra Comunità, in 23 anni di attività, ha visto ricadere, tra quelli che si sono congedati finendo il programma, solo 4 ragazzi!
Quando il giovane decide di rimanere nella C.T. dopo aver finito di scontare la pena è una festa per tutta la Comunità, perché al 90% lui ce la farà a rimanere drug free.
Da qualche mese però si verifica un fenomeno molto increscioso e pericoloso, il Ser.T., oltre ad inviare meno ragazzi, cerca per quelli che sono in programma da un po’ di tempo, di dissuaderli dal proseguire nel loro iter terapeutico e di convincerli ad abbandonare il programma, passando al programma ambulatoriale del Ser.T. Poi, se non ottiene che il giovane abbandoni, bene che vada, attende che lo stesso abbia finito di scontare la pena per poi sospendergli la convenzione. Agli altri ragazzi così che messaggio si lancia? Che la C.T. è solo uno “svolta galera”, per cui finita la pena la C.T. non serve più? È mostruoso! Il ragazzo abbandona con terapie lasciate a metà, gruppi non ultimati, programma rimasto “appeso”. E se poi ricadrà nelle condotte devianti o nella droga (costando molto di più alla collettività) è colpa sua, è un “malacarne” irredimibile con il danno di far cadere in questa chiave di lettura anche il ragazzo stesso, rovinandolo a vita.
Perché tutto questo? Perché gli operatori del Ser.T. non credono più nella Comunità? Neanche per idea, anzi ne apprezzano l’operato. È’ per una politica di risparmio aziendale. Il paradossale poi è che questo accade anche qui in Sicilia, dove, per non chiudere i servizi ci siamo accontentati di rette da fame (le più basse d’Italia) che non coprivano in alcun modo neanche il costo vivo del servizio che offrivano, coprendoli di debiti. Questo danno lo hanno subito soprattutto quelle Comunità che non si sono rassegnate ad abbassare il proprio standard qualitativo, licenziando gli specialisti!
Però poi si sente parlare di sicurezza nelle strade, di devianza, di carceri affollate e di necessità repressiva.
Una politica di questo genere riconsegna i giovani immediatamente alla strada e alle carceri, con tutto quello che tale scelta comporta, in termini sia di costi sociali che economici.
Il Presidente della Le.L.A.T.
(Dott.ssa Anna Maria Garufi)

