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Politica è sortirne insieme. Il resto è avarizia

Presa di posizione del CNCA Lombardia su ordinanze e avvisi del Comune di Milano su droghe, alcol e prostituzione

POLITICA E’ SORTIRNE INSIEME

IL RESTO E’ AVARIZIA

A proposito delle ordinanze e degli avvisi del Comune di Milano
su droghe, alcol e prostituzione di strada

Sui giornali, come accade sempre, se ne è parlato per qualche giorno, all’indomani delle ordinanze del Sindaco di Milano Moratti su droghe, alcol, prostituzione e accattonaggio. Le cronache hanno dato conto della polemica politica e poco più.

Poi, il silenzio.

Ma in quel silenzio, il Comune di Milano ha emesso tre pubblici avvisi, rivolti a enti pubblici e privati, intesi come “misure sociali” di accompagnamento alle ordinanze.

Tre avvisi che hanno esplicitamente chiesto agli enti la “condivisione di metodologie e linee d’intervento” imperniate sui contenuti, appunto, delle ordinanze.

Il metodo e i contenuti degli avvisi e delle ordinanze ci preoccupano molto e vogliamo qui prendere liberamente parola.

Sono principalmente quattro i motivi di preoccupazione:

  1. Le ordinanze sono fondate su uno sguardo unilaterale sui fenomeni sociali

I presupposti sui quali si basano le ordinanze del Sindaco appaiono poco fondati dal punto di vista scientifico. In particolare ci allarma l’ordinanza che intende sanzionare l’acquisto di droghe, basata su affermazioni di principio e ideologiche assolutamente distanti dalla realtà del consumo, così come viene descritta dalla letteratura e come si può facilmente riscontrare in città; l’ordinanza e gli altri documenti prodotti dalla Giunta, in questa ottica unilaterale, che fa di tutti i consumatori dei tossicodipendenti, finiscono inoltre per andare in evidente contrasto con le linee d’azione dell’Unione europea in materia di lotta alla droga.

  1. Sanzionare. E poi?

“Educare, non punire” è stato uno degli slogan che hanno segnato la storia delle nostre organizzazioni e che ancora contraddistinguono il lavoro quotidiano dei nostri volontari ed educatori nei luoghi del disagio e della problematicità: strade, piazze, tra singoli, gruppi e famiglie spesso abbandonati a sé stessi e ai loro problemi. Non crediamo che la strada del sanzionamento ulteriore sia una strada virtuosa e produttiva di vero cambiamento.

Sappiamo che il Comune di Milano, con i tre avvisi, ha inteso proprio affiancare “misure sociali” alle misure sanzionatorie. Ma qui le nostre preoccupazioni, anziché diminuire, aumentano. Vi sono, a nostro avviso, problemi di contenuto e di metodo.

  1. Educatori come ruote di scorta

In primo luogo gli avvisi mirano ad arruolare operatori sociali che si affianchino alle forze dell’ordine in fase di esecuzione delle ordinanze. Un ruolo che, a nostro modo di vedere, rischia di snaturare il profilo educativo degli operatori e di porli in una posizione subalterna e inefficace. Infatti, rimangono aperti alcuni pesanti interrogativi:

  • I vigili riusciranno a svolgere il loro compito sanzionatorio? Gli episodi di cronaca che hanno visto pattuglie scappare o addirittura venire malmenate nei luoghi della movida fanno sorgere più di un dubbio. E si trattava solo di sanzionare dei divieti di sosta!
  • E gli operatori riusciranno davvero a svolgere il loro compito? Riusciranno cioè a trasmettere messaggi formativi senza un rapporto di fiducia, presupposto fondamentale di ogni relazione d’aiuto?
  • E, infine, con quale autorità, giuridica ma anche morale, sarà possibile condurre le persone a colloqui e percorsi di “recupero integrale”?

Fin qui le preoccupazioni in merito alle misure adottate. Ma le modalità con cui sono stati costruiti gli avvisi è un altro elemento che ci pare sorprendentemente allarmante.

Lo indichiamo per ultimo, ma sta in cima alle nostre preoccupazioni.

  1. Dividere e sottrarre invece di sommare e moltiplicare.

Il Comune di Milano ha una lunga tradizione di collaborazione e co-progettazione con le realtà del volontariato e del terzo settore.

Gli avvisi, invece, rappresentano un passo indietro. Anzi, due.

In primo luogo, perché sono stati redatti senza un coinvolgimento preventivo dei coordinamenti e delle federazioni che si occupano di questi temi. Un confronto preventivo avrebbe probabilmente consentito di chiarire e condividere linee d’intervento meno unilaterali e semplificative.

In secondo luogo, gli avvisi sono stati costruiti con l’intento di richiedere alle organizzazioni del terzo settore una chiara manifestazione di condivisione delle metodologie e delle linee d’intervento già tracciate nelle ordinanze. Insomma, invece di valorizzare approcci e visioni diversificate, in una logica di vera sussidiarietà, si è chiesto l’assenso a una impostazione che, come abbiamo cercato di dire sopra, risulta ideologica, carente dal punto di vista scientifico e schiacciata dall’intento sanzionatorio.

Tutto questo non crea dialogo e non valorizza le tante espressioni della società civile milanese, ma rischia di dividere il terzo settore e di “fare selezione” in base a presupposti ideologici.

Un’operazione che ci sembra poco coerente, se si vuole davvero sostenere la pluralità di sguardi di cui il volontariato, l’associazionismo e la cooperazione sociale sono portatori. Un patrimonio così diffuso e ricco merita, a nostro parere, maggiore considerazione e ascolto.

Un’operazione dannosa, perché invece di cercare di mettere insieme e moltiplicare le energie e le risorse, divide e sottrae.

Gli interventi sociali in città, nonostante gli sforzi di molti, Comune di Milano compreso, soffrono da tempo di frammentarietà, precarietà, farraginosità dei percorsi di collaborazione e debolezza dei ruoli di regia.

Questo singolare modo d’intendere la collaborazione con le istituzioni, a suon d’ordinanze e avvisi, rischia d’ingenerare ulteriori criticità di cui non si sentiva il bisogno.

L’Unione europea invita le istituzioni pubbliche a puntare sul coordinamento di diversi approcci metodologici, competenze e sguardi.

Noi, più sommessamente, ci permettiamo di ricordare le parole di don Lorenzo Milani, quando diceva che la politica è “sortire insieme” dai problemi, cercare di uscirne da soli, invece, è “avarizia”.

Siamo ancora in tempo a cambiare strada.

CNCA Lombardia

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