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”Rotatorie sociali”, le riflessioni delle reti di famiglie aperte del CNCA

Il testo è stato appena pubblicato da Comunità Edizioni

E’ stato appena stampato il nuovo volume promosso dal Gruppo Tematico Minori del CNCA, intitolato Rotatorie sociali. Pensieri ed esperienze delle reti di famiglie aperte del CNCA. Il testo è uscito per la casa editrice della Federazione, Comunità Edizioni.

Il libro raccoglie le diverse azioni e progettualità avviate in materia di affido familiare e “reti di famiglie aperte all’accoglienza” dai gruppi CNCA e rappresenta un’importante occasione di riflessione, elaborazione e approfondimento in merito a questa complessa tematica.

Rotatorie sociali segue a distanza di sette anni la precedente pubblicazione Ci vuole tutta una città per far crescere un bambino e propone, pertanto, l’aggiornamento di alcuni materiali elaborati in questi anni e, nel contempo, alcune considerazioni a partire dall’elaborazione ragionata di nuove esperienze, nuove sfide, nuove progettualità che i gruppi del CNCA hanno promosso e realizzato negli ambiti territoriali.

Nel testo sono raccontate alcune esperienze considerate eccellenti perché – pur essendo nate e realizzate in specifici ambiti geografici – evidenziano linee teoriche e operative utili alla loro trasferibilità anche in altri territori e per il fatto che hanno il pregio di raccontare la vitalità creativa che accompagna l’esperienza dell’accoglienza familiare nonostante le fatiche delle famiglie e la precarietà dell’attuale sistema di welfare (e dei servizi alla persona in particolare).

Il libro è, per il CNCA, anche motivo per alzare lo sguardo verso il futuro. E pensare ancora che sia possibile – oltre che doveroso – costruire “città solidali”, attente, capaci di relazioni prossime attraverso l’intrecciarsi e l’integrarsi di risorse e competenze del sistema delle cure formali con quelle del mondo della società civile, per riaffermare l’esigibilità del diritto del minore a crescere in una famiglia.

Nella prima parte, il testo propone nuovi approfondimenti in merito all’esperienza delle reti di famiglie aperte CNCA, al rapporto con i servizi dell’Ente pubblico, ai confini nel contributo delle famiglie aperte all’accoglienza; inoltre, presenta alcune riflessioni in riferimento ai figli delle famiglie affidatarie.

Nella seconda parte, invece, il testo raccoglie e racconta le esperienze di eccellenza che i gruppi del CNCA hanno promosso e condotto in questi anni al fine di contribuire all’elaborazione e al confronto comune. In particolare, le esperienze presentate sono relative a Reti di famiglie e comunità di accoglienza, l’affido professionale, l’affido omoculturale, l’esperienza dell’educatore in famiglia affidataria, l’affido di neonati.

In appendice al testo sono raccolte le schede di presentazione delle reti di famiglie aperte del CNCA.

Perché questo titolo? Rotatorie sociali è un’evocazione, una proposta e una speranza: accanto a tante rotatorie stradali pensiamo sia giunto il momento di investire sul piano nazionale per la realizzazione di “rotatorie sociali”… per realizzare progetti sociali in cui la chiave di volta è la scelta seria e convinta – teorica e operativa – di mettere in circolo le diverse risorse presenti sul territorio e accompagnare le persone (tutte, a partire dalle più fragili) a inserirsi in un flusso, in un circuito in cui possano circolare in sicurezza condividendo fatiche e risorse: le rotatorie sociali appunto!

Qui sotto l’Introduzione presente nel libro.

INTRODUZIONE
Sono passati sette anni da quando, come Reti di famiglie
appartenenti al CNCA, abbiamo pubblicato il testo “Ci
vuole tutta una città per far crescere un bambino” attraverso
il quale abbiamo raccontato le nostre esperienze che si
andavano via via consolidando all’interno dei territori
dove eravamo presenti.
Da allora abbiamo testardamente continuato a ritrovarci
per confrontarci sulle buone prassi, per raccontarci dei
nostri successi e delle nostre frustrazioni, delle speranze
e delle delusioni. Nel frattempo si sono accumulate
moltissime storie di incontri con persone, famiglie,
bambini, operatori e servizi dell’Ente Pubblico e del Terzo
Settore che, rilette insieme, hanno fatto emergere un
nuovo patrimonio di esperienze e saperi che ai nostri occhi
meritavano di essere in qualche modo fissati e soprattutto
comunicati.
Abbiamo deciso così di “imbarcarci” in questa nuova
impresa di scrittura collettiva di un testo con una duplice
finalità: da un lato aiutare i lettori a conoscere e capire
l’esperienza delle reti di famiglie aperte all’accoglienza,
anche offrendo alcune considerazioni a partire da
una rielaborazione e da un aggiornamento di alcuni
materiali prodotti in questi anni; dall’altro far emergere e
valorizzare le diverse e particolari esperienze che in questi
anni sono state realizzate nei territori, come testimonianza
di un radicamento delle reti in essi e di una capacità di
ascoltarne i bisogni.
Per quanto riguarda questa seconda finalità, abbiamo
scelto di raccontare alcune esperienze a nostro avviso
eccellenti perchè, pur essendo nate e realizzate in specifici
ambiti geografici, evidenziano delle linee teoriche ed operative utili
alla loro trasferibilità anche in altri territori. Sicuramente raccontano
di una vitalità creativa che esiste attorno all’esperienza dell’accoglienza familiare,
nonostante le fatiche delle famiglie e dei servizi alla persona.
Vi sono però anche altri motivi che ci hanno spinti a
realizzare questo contributo.
Innanzi tutto il lavoro che abbiamo compiuto è stato un
modo per costringere noi stessi a fermarci, contenendo
l’inevitabile frenesia del fare che spesso rapisce chi opera
nel sociale e attraverso queste soste verificare il lavoro
che stavamo e stiamo facendo. Ma soprattutto, rendendo
pubblico questo patrimonio di riflessioni ed esperienze,
desideriamo “farci verificare” da chi leggerà questo testo.
Si tratta quindi di restituire ai territori e alla società civile
un materiale che corre il rischio di rimanere invisibile e
quindi non trasformabile in cultura comunicabile. E tutti
sappiamo quanto questo rappresenti uno dei principali
limiti di chi opera nel sociale.
Il secondo motivo riguarda il tentativo di alzare lo
sguardo verso il futuro. Sappiamo tutti quanto lo
Stato Sociale stia vivendo un suo particolare momento
di difficoltà all’interno di una crisi sociale più vasta.
Raccontando ancora una volta di come sia possibile, oltre
che doveroso, insistere nella costruzione di una “città
solidale” attraverso l’intrecciarsi e l’integrarsi di risorse e
competenze del sistema delle cure formali con quelle del
mondo della società civile, si vuole affermare che per noi
questa è ancora la strada da perseguire.
Le esperienze qui descritte, testimoniano che, pur facendo
riferimento a precise normative nazionali e regionali,
è possibile non rimanere imbrigliati dalle loro rigidità,
dalle loro lacune e dalle loro incongruenze, costruendo
in maniera continuamente creativa spazi, tempi, ambienti, strumenti e relazioni
che promuovono la crescita sociale.
In questo discorso s’inserisce in maniera evidente il tema
economico: la riduzione delle risorse che lo Stato sta
destinando all’ambito sociale è drammatica, soprattutto
perché sta avvenendo in modo che i cittadini “non addetti
ai lavori” non se ne accorgano, sempre che siano interessati
a saperlo. Non solo. Assistiamo al tentativo, a volte assai
grossolano, di far emergere come tutto questo non sia
assolutamente vero e di far apparire che invece l’impegno
e gli investimenti verso i bambini, gli adolescenti e le loro
famiglie rimangano consistenti.
Spesso, scherzando tra di noi, diciamo che i soldi per le
rotatorie stradali o discorso siche stanno riempiendo e a
volte invadendo le nostre città, in maniera non sempre
necessaria ed efficace, si continuano a trovare, mentre per
i progetti sociali continuano a “scomparire”.
Vorremmo allora, un po’ provocatoriamente ma con
convinzione, fare una proposta: ci sembra giunto il
momento di investire su un piano nazionale per la
realizzazione di “rotatorie sociali”. Si tratta di sostenere in
maniera forte progetti in cui la chiave di volta del lavoro
sociale è la scelta, al contempo teorica ed operativa,
di mettere in circolo le diverse risorse presenti in un
territorio.
Se il lavoro di rete è stato un principio e un metodo che ha
profondamente mutato il lavoro sociale negli ultimi dieci
anni, il suo punto debole sta nel fatto che non si è sempre
tradotto nella realizzazione di un concreto collegamento
tra servizi ed operatori appartenenti a sistemi diversi.
Ci sembra, quindi, questo il momento in cui fare un
nuovo salto di qualità e impegnarsi maggiormente nella
circolazione di saperi, esperienze e professionalità, superando definitivamente
steccati e scissioni che fanno consumare in maniera inefficace le risorse
e non aiutano i destinatari degli interventi a far fronte alle complessità
della loro vita. E questo vale tanto per i servizi dell’Ente
Pubblico quanto per quelli del Terzo Settore. Il rischio
altrimenti è, come per i ciclisti che entrano nelle rotatorie
stradali, di sapere come si entra ma non sapere come,
quando e se si riuscirà ad uscirne (illesi)! Pensiamo che non
ci debbano più essere persone che si smarriscono all’interno
dello Stato Sociale o che ne rimangano vittime.
L’accoglienza e la solidarietà familiare, nelle diverse
forme in cui si articola l’intreccio “obbligato” tra servizi
diversi, ci appare come una di queste “rotatorie sociali”.
L’incontro tra famiglie affaticate e famiglie ricche di risorse,
tra famiglie e servizi dell’Ente Pubblico e tra questi e le
realtà delle reti di famiglie, può innescare realmente una
rotatoria sociale che permette di rimettere in movimento
il senso di cittadinanza.
Non è un caso che l’accoglienza familiare diventa più
efficace quando trasgredisce una di quelle leggi non
scritte del lavoro sociale, ma estremamente pervasive,
che sancisce, irrigidendola, la piena distinzione di ruoli
e funzioni tra le varie parti coinvolte. L’accoglienza
familiare rompe questa rigidità mescolando esperienze,
competenze e saperi per produrre una novità: dare la
precedenza al futuro dei bambini, degli adolescenti e delle
loro famiglie rispetto ai ruoli professionali e istituzionali.
Un po’ come le rotatorie stradali che infrangono una delle
regole fondamentali del codice della strada: ossia il dare
la precedenza a chi proviene da destra. No, nelle rotatorie
stradali si deve dare la precedenza a chi viene da sinistra!
Riconfermiamo dunque che non è per niente il tempo
di chiedere alle persone che stanno vivendo momenti di difficoltà
o processi di emarginazione di trovarsi delle risposte individuali
a problemi che sono di natura sociale.
Bensì è il tempo di accompagnare le persone ad inserirsi
in un flusso, in un circuito, in cui possano circolare in
sicurezza e possano condividere fatiche e risorse.
Non è certamente più di moda o politicamente corretto
il tema della disuguaglianza sociale, ma qualcuno dovrà
riproporlo, seppur con modalità diverse rispetto ad
un tempo. Forse un modo può essere proprio quello di
parlare di “rotatorie sociali”!

Il gruppo delle reti di famiglie aperte del CNCA

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