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Una sintesi dell’incontro ”Non è un paese per giovani”

Iniziativa organizzata da “Un paese per giovani”, Coordinamento di Terzo Settore per le politiche giovanili a Milano, il 19 novembre scorso

“NON È UN PAESE PER GIOVANI”

Un pomeriggio dedicato alle politiche della città di Milano
rivolte ai giovani

No, i fratelli Coen non si sono fatti vivi per protestare, e questo è già un risultato. Ma eravamo in tanti, ieri sera, sotto la tenda dell’ArciRagazzi ai giardini di Via Palestro. Tanti operatori dei centri d’aggregazione giovanile, della ex educativa di strada e di altri servizi diurni e comunitari dedicati ai più giovani in questa benedetta città.

“Non è un Paese per giovani” o, se volete, “Un paese per giovani” è da ieri qualcosa di più di una sigla. Certo, dietro l’etichetta ci sono più di quindici cooperative, associazioni e coordinamenti che operano da tantissimi anni a Milano, ma quello che più conta è che c’è un piccolo, nascente movimento di operatori sociali che si è stufato di stare con le mani in mano. Non che manchi il lavoro, intendiamoci; ci si è stancati, piuttosto, di stare a guardare quelli che parlano e decidono sui giovani e sugli interventi ad essi dedicati, spesso senza sapere quasi nulla di ciò che veramente avviene in un centro di aggregazione o in strada, tra le compagnie informali dei parchetti.

Ieri sera abbiamo detto che siamo stufi di come si guarda ai giovani in questa città:

Spesso, quando si parla di adolescenti e giovani, lo si fa stabilendo confini, definendoli come una situazione “preoccupante e problematica”: una questione “da trattare e risolvere”. Ci si preoccupa dei problemi invece di occuparsene.

La rappresentazione dei “ragazzi d’oggi” è spesso frutto di stereotipi e di luoghi comuni molto lontani dalla realtà; attraverso questa lente si giunge poi a conclusioni riduttive che si trasformano nelle cosiddette “politiche giovanili”.

Contrariamente alla logica imperante, andrebbe recuperata la dimensione di coerenza in una città e, più in generale, in una società che è invece sempre più condizionata da modelli impostati prevalentemente sul successo economico, sul primato personale, sul consumismo sfrenato, sulla spettacolarizzazione del rischio.

A fronte di questa cultura dominante, dovrebbe essere recuperata la cultura dello “stare insieme”, “dell’occuparsi di”, abbandonando quindi quella “dell’emergenza”.

In questo quadro c’è Milano, una città che vive in un clima di preoccupazione e di emergenza. E i segnali di chiusura da parte delle politiche pubbliche rischiano di aggiungere disagio a disagio.

Abbiamo ricordato anche questo, ieri:

  • Gli enti gestori dei Centri di aggregazione giovanile hanno visto ridursi drasticamente i finanziamenti dall’inizio del 2008 mediante un preoccupante passaggio concettuale dal senso della “convenzione” a quello di “contributo” (che segna il passaggio dalla progettazione con l’Ente locale al sostegno all’impresa privata);
  • l’Educativa di strada è stata definitivamente interrotta dal 30 giugno 2008 senza una valutazione degli esiti del lavoro costruito in sette anni e realizzato nelle nove zone del decentramento cittadino (1500 ragazzi altrimenti non intercettabili dai servizi);
  • la scelta di bandire un appalto pubblico, per oltre un milione di euro, per “il presidio del territorio per la prevenzione dei fenomeni di degrado sociale e urbano” che di fatto, o quantomeno nella tempistica, sostituisce l’Educativa di Strada e la sua logica di intervento promozionale e preventiva con un intervento di ordine pubblico;
  • l’occasione mal gestita dei “contratti di quartiere”, come esperienza di riqualificazione urbanistica e sociale partecipata, in cui è mancato un preciso ruolo di regia.”

E ancora:

“Il disegno specifico del Comune di Milano sembra caratterizzato dalla trasformazione della relazione con il terzo SETTORE ad una semplice richiesta di erogazione di prestazioni:

  • dalla “frammentazione come metodo” sia nella struttura degli interventi (da progetti triennali a progetti trimestrali, da nove soggetti gestori dell’educativa di strada in rete tra loro a venticinque percorsi non coordinati tra loro sulla prevenzione delle dipendenze), che nel rapporto con il terzo settore (nessun ascolto dei coordinamenti, ma richiesta di incontri individuali );
  • dalla convocazione di “Tavoli di confronto” in cui spesso non è stato possibile esercitare alcun tipo di confronto; si sono annullate competenza, esperienze, sensibilità professionali
  • dalla giustificazione di tagli economici e chiusure di Servizi sulla base di una carenza di dati (dati che invece esistono e che infatti – regolarmente – gli enti hanno redatto e consegnato ai responsabili del Comune stesso).
  • dalla delegittimazione degli stessi referenti comunali degli interventi, ai quali non è più delegata alcuna funzione di programmazione, monitoraggio e indirizzo, privando così il terzo settore della possibilità di confrontarsi nel merito degli interventi, a partire dalla condivisione di una reale conoscenza dei servizi e delle realtà del territorio”.

E fin qui, ci sarebbe di che deprimersi.

“Un paese per giovani”, però, ha lanciato anche alcune proposte. La prima è quella di lavorare tutti per superare la frammentazione degli interventi e delle proposte:

“Al fine di poter realizzare tutto ciò, ribadiamo che è fondamentale la costituzione di un Tavolo Permanente di confronto, progettazione e programmazione composto dai referenti tecnici della Pubblica Amministrazione, da tutto il Terzo Settore e dai responsabili delle diverse Agenzie Educative presenti nella città di Milano (quali ad esempio Scuole, Asl, Oratori)”.

L’Assessore Moioli ha già fatto sapere agli Enti di secondo livello che questa proposta verrà accolta e si è impegnata a promuovere e organizzare quest’ambito permanente di confronto.

E’ già un primo segnale positivo, che le organizzazioni hanno accolto come tale.

Ma il cartello ha già in testa qualche ordine del giorno da proporre al futuro Tavolo e ieri se ne è discusso:

“Nei fatti, proponiamo di:

  • creare e valorizzare luoghi (fisici e simbolici) di aggregazione, per far emergere la creatività individuale e per favorire l’incontro e lo scambio, per continuare a sognare, creare e recuperare il senso del futuro;
  • prevedere la presenza di figure adulte professionali in grado di “guardare da vicino”, di affiancare i giovani, proponendo loro modelli di riferimento significativi;
  • rendere polivalenti gli spazi pubblici come le scuole, le palestre, le biblioteche, le sedi delle associazioni per favorire l’incontro tra culture (giovanili e adulte, ma anche tra diverse provenienze geografiche e culturali…);
  • creare percorsi di autonomia e auto organizzazione anche potenziando e tutelando esperienze significative come il volontariato, il turismo responsabile, gli scambi culturali…
  • prevedere un consistente numero di educatori, animatori, assistenti sociali presenti, con uno stile di vicinanza e prossimità, nei diversi Servizi territoriali al fine di non creare infinite “liste di attesa” ma di affrontare realmente i problemi”

Ieri sera, naturalmente, si è parlato anche di molto altro. I nostri interlocutori ci hanno anche provocati su alcuni punti, sui quali varrà la pena tenere viva la discussione:

  • Quanto è sostenibile o, al contrario, aggiornabile, il vecchio modo di fare educativa di strada?
  • Il movimento dell'”Onda” tra gli studenti: che cosa significa oggi e cosa dice a noi operatori sociali ed educatori?
  • L’assenza di modelli adulti credibili e il vuoto di pensiero possono vanificare qualsiasi sforzo di progettare nuove politiche giovanili?
  • Siamo consapevoli del valore del nostro lavoro e riusciamo davvero a comunicarlo alla città?
  • Tra “mistica della relazione” e necessità di far vedere i risultati del nostro lavoro: quali strade?
  • Paradigma della complessità, potere regolativo della comunità locale e codice della fraternità: sono anche per noi parole chiave ancora praticabili?

Ecco. Siamo arrivati fin qua.

Ora bisogna fare qualche passo in più, tutti insieme. O comunque con quelli che ci stanno a porsi e a porre interrogativi, forse scomodi, ma vitali.

“Se femm?!”, si chiamava così la prima educativa di strada a Milano.

Chiediamocelo ancora.

E avanti.

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