Comunicato stampa
Ennesimo ddl sicurezza,
ennesimo provvedimento contro ragazzi e ragazze
additati come un bersaglio per l’opinione pubblica
Equiparare minorenni e adulti di fronte alla legge
sancisce il fallimento di uno Stato che ha il compito prioritario
di educare adolescenti in fase evolutiva
24 luglio 2026
Il CNCA-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti esprime grande preoccupazione e forte dissenso per le norme contenute nel nuovo decreto “sicurezza”, che riguardano gli atti di rilevanza penale compiuti da minorenni. Nel testo si prevede, d’ufficio e ex ante, anche per le persone di minore età una presunzione di capacità di intendere e di volere al pari degli adulti.
La proposta segna un cambiamento culturale e giuridico rilevante e preoccupante perché introduce la presunzione della piena imputabilità della persona minorenne senza alcuna verifica della sua capacità di intendere e volere. In questo modo si indebolisce uno dei principi fondanti della giustizia minorile italiana: la valutazione individualizzata della persona, della sua storia, del suo livello di maturazione e del contesto familiare e sociale in cui si è sviluppata.
L’adolescenza è una fase evolutiva caratterizzata da profondi cambiamenti cognitivi, emotivi e relazionali. Numerosi studi scientifici evidenziano come la maturazione delle capacità di controllo degli impulsi, di valutazione delle conseguenze e di assunzione di responsabilità sia ancora in corso durante questa fascia d’età. Per questo motivo l’accertamento della capacità di intendere e di volere non può essere ridotto a una mera presunzione, ma deve essere oggetto di un’analisi approfondita e caso per caso.
La retorica dello Stato che punisce – con cui è stato lanciato il ddl – oscura, ancora una volta, il primario compito delle istituzioni di accompagnare i ragazzi e le ragazze nel loro percorso di crescita, svolgendo il proprio compito educativo che prevede, certo, anche un esame degli errori commessi e, sul piano penale, il recupero del minorenne e la ricerca delle cause profonde del comportamento deviante, piuttosto che la sola attribuzione di responsabilità penale, in una logica di punizione e carcerazione.
Il CNCA, al pari di tante altre organizzazioni, non propone l’impunità, ma una giustizia che richieda al minorenne di prendere coscienza dei propri sbagli, di riparare al danno subito da vittime e comunità e di ridefinire il proprio progetto di vita. È il senso della giustizia riparativa su cui noi, come molti altri soggetti, ci stiamo impegnando da anni con risultati molto positivi.
Il rischio, con questo provvedimento, è che i ragazzi più fragili, provenienti da contesti di marginalità sociale, povertà educativa, disagio psichico o esclusione, siano esposti a una maggiore penalizzazione senza che vengano adeguatamente considerate le condizioni che hanno contribuito alla commissione del reato. Una giustizia che prescinda dalla comprensione di tali fattori e che si fondi esclusivamente su risposte muscolari presuppone uno Stato privo di capacità di analisi della realtà e incapace di proporre e sostenere politiche di prevenzione, di cura dei territori e delle condizioni di vita dei ragazzi e delle ragazze. Questa “giustizia” – lo sappiamo – rischia di essere meno efficace nella prevenzione della recidiva e meno capace di promuovere percorsi di reale cambiamento.
Riteniamo sorprendente che il coinvolgimento di ragazzi e ragazze anche molto giovani in reti criminali sia imputato (solo) a loro stessi, mentre sono evidenti le responsabilità di coloro – Stato in primis – che non hanno offerto loro altre opportunità di vita. Conosciamo bene lo stato di abbandono in cui versano molte famiglie e contesti sociali di minorenni inseriti nel circuito penale, verso i quali lo Stato si sottrae, rinunciando al proprio ruolo di garante del benessere dei cittadini, a partire dai cittadini in crescita.
L’ennesimo decreto “sicurezza” – preceduto da una campagna di stampa dai tratti surreali contro l’ennesimo capro espiatorio, i “maranza” – rilancia un’idea di sicurezza intesa come punizione e carcere, che parla alla pancia delle persone. Ma queste stesse persone non hanno bisogno di più carceri e più detenuti – presi da gruppi ben definiti di persone, di norma soggetti deboli facilmente attaccabili – ma di un contesto istituzionale e sociale che permetta loro di avere una vita degna, di comunità coese e di istituzioni, attente ai diritti e ai bisogni dei cittadini, che promuovono politiche di inclusione e sviluppo per tutti e tutte.
Per tutte queste ragioni esprimiamo il nostro dissenso relativamente a quanto contenuto nel suddetto ddl e riteniamo che la capacità di intendere e di volere delle persone minorenni debba continuare a essere accertata attraverso una valutazione puntuale e personalizzata, nel rispetto dei principi costituzionali e della funzione educativa che caratterizza il diritto penale minorile, senza alcuna modifica all’art. 98 del Codice penale e all’art. 9 del Dpr 448/88.

