Lavorare nella dimensione dell’oltre

Al centro del lavoro educativo e sociale della nostra cooperativa, ormai da molti anni, possiamo dire quasi da sempre, ci sono le famiglie. Di qualunque tipo esse siano. Non lavoriamo mai con il singolo bambino o ragazzo. Persino in comunità l’orizzonte di lavoro è la famiglia d’origine o il sistema familiare da cui il bambino proviene e con cui gli educatori si confrontano o tentano sempre di confrontarsi. Questo vale appunto per quasi tutti i servizi della cooperativa ed è parte fondante della nostra cultura di lavoro.

Spesso però questo approccio si scontra con quello di alcune istituzioni (scuole, servizi sociali comunali) che non facilitano, spesso anzi ostacolano, il rapporto diretto tra l’educatore e la famiglia, a volte per desiderio di mantenere la regia esclusiva del progetto, a volte per fatica ad accogliere un approccio al lavoro non istituzionalizzato, spesso purtroppo perché alcuni strumenti di attribuzione del lavoro (pensiamo al sistema della voucherizzazione), introducono un’ottica prestazionale pura, svuotando (o provandoci almeno) il lavoro educativo della sua natura intrinsecamente relazionale, che si nutre proprio e anche di quell’“oltre”: oltre la porta della comunità, oltre l’ora di matematica a scuola, oltre il pomeriggio di gioco in domiciliare. Si nutre di quel caffè bevuto con la mamma in cucina, del messaggio mandato al papà per sapere del colloquio di lavoro, degli auguri di compleanno. E proprio perché tutte queste piccole attenzioni sono così fondamentali nel nostro modo di intendere il lavoro educativo, negli anni le abbiamo agite comunque, spesso sotto traccia, spesso in maniera un po’ garibaldina, girando attorno a quei limiti a volte troppo stretti e spesso poco argomentati, in quel naturale moto di protezione che l’istituzione ha verso sé stessa e contro quello che non può controllare.

Poi è arrivato il covid-19, che come ogni emergenza ha fatto affiorare contraddizioni, saltare limiti e tracimare gli argini. Anche di alcuni approcci “istituzionalizzati”. La famiglia, ancora una volta, come è tipico nel nostro sistema di welfare (o in quello che ne rimane) è stata investita di tutta una serie di compiti e incombenze e lasciata tendenzialmente sola nel gestire le ricadute del collasso di sistema a cui abbiamo assistito, diventando nuovamente il centro unico e dispensatore di quei servizi che il “fuori” non poteva più garantire: pensiamo all’istruzione o alla non ospedalizzazione di molti dei positivi al virus.

In quel vuoto però, a fronte di quel “clandestino” lavoro nell’oltre, noi già c’eravamo. Avevamo già scritto, telefonato, videochiamato. Per spiegare ai bambini perché non potevamo vederci per un po’, per condividere la paura e l’angoscia con i genitori, la fatica, per chiedere “state tutti bene?”.

Pensiamo ad esempio alla scolastica, che è uno degli ambiti in cui la relazione diretta con le famiglie viene maggiormente sottovalutata, se non apertamente osteggiata. Quando le istituzioni sono state pronte a far ripartire i servizi a distanza, noi pronti lo eravamo già. Avevamo già iniziato in quella dimensione dell’oltre che custodiamo gelosamente. Non abbiamo dovuto chiedere numeri di telefono che non avevamo, non ci siamo trovati a dover gestire per la prima volta, a distanza e in una situazione già così lunare, la relazione con persone sconosciute. Invece di un triplo carpiato abbiamo fatto solo un piccolo salto, in una dimensione comunque nuova, perché un educatore di scolastica la casa dei bambini e dei ragazzi che segue difficilmente l’aveva vista prima. Ma in quel clima di familiarità e fiducia anche con gli adulti, i bambini ci hanno portato nelle stanze a vedere i giochi, a conoscere i fratelli, il cane, il gatto. Nell’abitudine a condividere gli obiettivi dei progetti educativi, che non si limitano allo spazio del banco, ma tracimano in tutti gli ambienti vitali, i genitori sono stati nostri alleati nel progettare insieme attività che comunque avevano bisogno dei corpi, dei loro corpi, per essere realizzate.

E come spesso accade nell’alchimia del lavoro educativo, il limite si è trasformato in opportunità. Dovendosi riprendere per forza quella dimensione spesso delegata alla scuola, le famiglie hanno potuto sperimentare in prima persona l’efficacia e anche la bellezza di alcuni momenti di lavoro educativo, che hanno trasformato il tempo vuoto in esperienza. Hanno potuto lavorare insieme, davvero fianco a fianco con l’educatore, agendo in prima persona quegli obiettivi che a volte restavano per loro un fumoso punto in elenco su un documento ministeriale, o un ritornello predicato con molta convinzione dall’educatore, ma che non riusciva a tradursi nella loro quotidianità, a uscire dallo spazio del banco, dalla porta dell’aula.  

Il lavoro di questi giorni cambierà per sempre questi rapporti educativi, ci sembra e speriamo in meglio, così come speriamo scalfisca, seppur anche di poco, alcune rigidità delle istituzioni; ci basta quella piccola crepa da attraversare per metterci nuovamente nella posizione dell’oltre, ad aspettare il futuro.

Ma tutto questo non sarebbe stato possibile, se non fossimo sempre stati al di là dell’argine, ad aspettare che l’ondata di piena spazzasse via i dubbi sulla sua utilità.

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