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Anastasia: “Raccogliere le sfide che la pandemia ha portato al sistema penitenziario”

Il 29 marzo scorso si è tenuto l’incontro pubblico dal titolo “Dignità e reinserimento sociale. Quali carceri dopo l’emergenza?”, organizzato dalla Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e dalla Conferenza nazionale del volontariato della giustizia, con l’adesione del Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza e dell’Unione delle Camere penali.

Sul sito di Radio Radicale è disponibile la registrazione video dell’evento.

A tale evento ha partecipato anche il CNCA, impegnato da tempo sui temi del carcere e della giustizia riparativa.

Di seguito il testo dell’intervento che Stefano Anastasia ha tenuto all’incontro.


Intervento di Stefano Anastasia,
Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria
e portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali nominati
dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni italiani

Abbiamo avuto qualche titubanza a mantenere questo incontro mentre la guerra sconvolge l’Europa, portando morte, distruzioni e sofferenze inenarrabili. Ciò non di meno, il sistema penitenziario italiano sta vivendo un momento decisivo per il suo futuro e merita una particolare attenzione, proprio in queste settimane, proprio in questi giorni.

Nonostante l’ancora ampia diffusione del virus, ma grazie alla efficacia della campagna vaccinale portata avanti nell’ultimo anno, giovedì prossimo termina lo stato di emergenza nazionale deliberato a seguito della pandemia da Sars-Covid19. Saggiamente già il mese scorso il Parlamento ha deliberato la proroga delle misure legislative straordinarie adottate durante la fase più dura della pandemia fino al 31 dicembre. Ma ancora irrisolte sono le prospettive di uscita del sistema penitenziario dalla pandemia, se effettivamente l’attuale allentamento della sua gravità sarà il passaggio verso una coesistenza endemica con il virus.

Dopo lo scandalo di Santa Maria Capua Vetere, la Ministra della giustizia ha affidato alla Commissione presieduta dal Professor Marco Ruotolo la individuazione di misure amministrative, regolamentari e legislative capaci di dare in tempi brevi un indirizzo di innovazione nel sistema penitenziario. A seguito delle dimissioni del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, ha individuato nel dott. Carlo Renoldi, magistrato di specifica competenza nel settore, il suo successore in questa delicata fase di transizione, a cui rinnoviamo – fiduciosi – i migliori auguri di buon lavoro.

E’ arrivato dunque il momento di mettere in campo tutte le energie e di trasformare in fatti le proposte che possano essere esaminate dal Parlamento in questo scorcio di legislatura e adottate dal Ministero per accompagnare le carceri fuori dall’emergenza pandemica e oltre i loro più antichi problemi, autorevolmente indicati dal Presidente Mattarella nel suo discorso di insediamento: “dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza”.

Con questo spirito, insieme alla Conferenza del volontariato della giustizia, abbiamo invitato la Ministra della giustizia, il Garante nazionale, i parlamentari e le parlamentari delle commissioni competenti della Camera e del Senato e alcuni nostri compagni di strada a un pubblico confronto sulle cose da fare in questo ultimo anno di legislatura, per invertire la rotta del nostro sistema penitenziario.

Il sistema penitenziario italiano esce fortemente provato da questi due anni di pandemia. I numeri sono noti. Siamo di nuovo stabilmente sopra i 54mila detenuti, per un sistema che potrebbe accoglierne circa 50mila, se non ci fossero reparti chiusi o in manutenzione. Ma questa è la storia antica del sovraffollamento nelle carceri italiane. Quella della pandemia, invece, è storia di istituti ingessati (giustamente) dalle norme anti-Covid, con sezioni di accoglienza e di isolamento cautelativo piene, di persone assegnate a carceri lontano da casa, dai familiari e dagli avvocati, perché dove sono state arrestate non c’era posto. Qui, proprio qui, in questa città, abbiamo avuto persone trattenute per giorni nelle camere di sicurezza delle forze di polizia perché non c’era più posto nelle carceri della città, della regione, del provveditorato. Questa emergenza, che il Parlamento non ha voluto affrontare come avrebbe potuto sin dall’inizio della pandemia, ha fatto sì che nel tempo migliaia di detenuti siano stati destinati a centinaia di chilometri dalla “stabile dimora della propria famiglia” o dal “proprio centro di riferimento sociale” per semplici ragioni di esaurimento dei posti disponibili. Migliaia di persone che si sono aggiunte a quelle altre trasferite perché interi reparti erano diventati inagibili dopo le proteste del marzo 2020. Così ora abbiamo una massa di detenuti che dovrebbe fare rientro verso la loro naturale assegnazione. E’ questa forse la prima incombenza post-emergenziale nelle carceri italiane, a cui dar seguito nel rispetto delle minime norme di prevenzione che pure dovranno essere mantenute, a tutela dei più fragili, che dalla contrazione del virus possono avere ancora gravi conseguenze di salute. Ne abbiamo discusso, qualche settimana fa, con il direttore generale dei detenuti e il garante nazionale e una prima disposizione in tal senso già è stata diramata, ma si tratta di una procedura complessa e impegnativa che – se presa sul serio – potrebbe impegnare l’amministrazione penitenziaria per settimane, se non per mesi.

D’altro canto, questa enorme dislocazione di persone e le stesse misure di prevenzione sanitaria hanno interrotto percorsi trattamentali e stravolto vocazioni e finalità dei singoli istituti di pena: distinguere oggi una casa di reclusione da una casa circondariale, un carcere di primo ingresso da uno a trattamento avanzato è ormai pressochè impossibile. Bisogna dunque ripensare la fisionomia dell’offerta trattamentale delle singole carceri in modo da valorizzarne le pur scarse risorse umane e materiali disponibili e da garantire territorialità della pena e adeguata ospitalità alle persone detenute, ciascuna di esse meritevole di un’offerta di opportunità per il reinserimento sociale, come ci ricorda il Presidente della Repubblica.

La pandemia, inoltre, ha messo bene in luce i limiti strutturali del nostro sistema penitenziario, che non sono limiti di capienza, ma limiti di efficacia. Abbiamo visto con la pandemia quanto il carcere non poteva essere relegato nel novecento analogico e avesse bisogno di transitare nel ventunesimo secolo digitale. E’ stato fatto per i colloqui, superando muri di diffidenza che si sono rivelati in gran parte ingiustificati. Va fatto per l’accesso ai servizi sociali e anagrafici, e per la conoscenza e l’istruzione, più di quanto fino a oggi non si sia fatto. Ci sono, in questo senso, importanti indicazioni nella relazione della Commissione Ruotolo che speriamo possano diventare realtà, insieme con la previsione dei videocolloqui come modalità ordinaria di comunicazione con familiari e terze persone.

I difficili sforzi della Cassa delle Ammende, delle Regioni, dell’esecuzione penale esterna e del terzo settore nell’accoglienza delle persone senza fissa dimora o senza domicilio che avrebbero potuto uscire dal carcere durante la fase più dura della pandemia ci hanno insegnato che l’integrazione dei servizi socio-sanitari va portata fin dentro le carceri, per costruire con gli enti territoriali progetti e programmi di accoglienza di quella che un grande magistrato di sorveglianza e capo dell’Amministrazione penitenziaria come Alessandro Margara chiamava “detenzione sociale”, quella reclusione di donne e uomini confinati in carcere in mancanza di un’adeguata politica di sostegno e di valorizzazione delle proprie capacità. Il PNRR dell’esecuzione penale non può limitarsi alla realizzazione di qualche padiglione penitenziario, ma deve coinvolgere anche le politiche sociali e il rafforzamento delle reti dei servizi territoriali di cui le carceri devono entrare a far parte pienamente.

Così come la sofferenza mentale che la pandemia e la stessa carcerazione in pandemia hanno evidenziato richiede inoltre uno sforzo ulteriore nel processo di riforma aperto con la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, che non va semplicemente nella direzione della moltiplicazione delle istituzioni del contenimento (nuove Rems e nuove articolazioni di salute mentale in carcere), ma nella presa in carico delle singole persone con problemi di salute mentale, dentro e fuori le carceri, dentro e fuori le Rems, superando l’antica paura del folle reo, considerato sempre e comunque socialmente pericoloso.

Per raccogliere le sfide che la pandemia ha portato al sistema penitenziario servono mezzi e strumenti, che non sono spazi, sezioni, padiglioni o istituti da riempire di altra detenzione sociale, ma persone, competenze ed esperienze da valorizzare nelle amministrazioni della giustizia (tribunali, esecuzione penale esterna e carceri), ma anche nella sanità, nei servizi sociali o in quelli di istruzione. Senza personale adeguato, qualificato e gratificato il carcere sarà sempre destinato a riprodurre il suo destino di discarica sociale.

Se il Governo, la Ministra, l’Amministrazione penitenziaria e i suoi nuovi vertici vorranno andare in questa direzione, ci troveranno dalla loro parte, al lavoro sul territorio nella realizzazione delle migliori condizioni per un radicale rinnovamento del sistema penitenziario e delle modalità esecutive della pena e della privazione della libertà per motivi di giustizia.

Tanto si può fare in via amministrativa per riformare il carcere. Nel frattempo però sono all’esame del Parlamento importanti proposte di legge che interessano il carcere del futuro. Non parlo dell’ergastolo ostativo, all’esame della Camera dei deputati questa settimana. Lì la Corte costituzionale ha già detto l’essenziale: sta al Parlamento prenderne atto e disciplinare conseguentemente la legislazione ordinaria. No, il futuro del carcere è nelle proposte di revisione della legislazione sulle droghe, di riconoscimento delle relazioni affettive e sessuali delle persone detenute, di alternative al carcere per i le madri (e i padri) dei bambini e delle bambine. E’ importante che su queste questioni il Parlamento arrivi ad esprimersi e a completare percorsi legislativi che corrispondono ad orientamenti consolidati nella gran parte dei Paesi europei con cui ci confrontiamo.

Infine, a questo Parlamento chiediamo forme e modi per compiere due atti di giustizia.

Non è possibile immaginare che il 31 dicembre, al termine della proroga dei provvedimenti straordinari adottati per l’emergenza Covid, circa 700 persone che da due anni sono fuori dal carcere per licenze straordinarie svolte senza incorrere in alcuna infrazione, né penale né disciplinare, tornino a dormire in carcere come prevede il loro status di semiliberi. Vedete voi come, ma è inimmaginabile che queste persone, che hanno dato la migliore prova di correttezza e affidabilità, in libertà per due anni, subiscano una regressione nel loro percorso di reinserimento e tornino a dormire in carcere come se nulla fosse.

Infine, tra i mille ristori che la comunità nazionale ha dovuto riconoscere a categorie economiche e gruppi sociali, non è possibile che non si riconosca che la detenzione in pandemia è stata enormemente più dura di quanto non sia normalmente. Questa maggiore sofferenza va riconosciuta con equità dalle istituzioni. Da un anno a questa parte diciamo “un giorno di liberazione anticipata speciale per ogni giorno passato in pandemia”. In Parlamento ci sono proposte per tornare alla liberazione anticipata speciale già sperimentata ai tempi della condanna europea per sovraffollamento. Sarà l’una, sarà l’altra, o una via di mezzo tra le due, ma non si può non riconoscere che circostanze eccezionali hanno costretto decine di migliaia di persone a pagare più del dovuto il loro debito nei confronti della giustizia. E la giustizia, se vuole essere tale, deve essere capace di riconoscerlo.

Oggi iniziamo un percorso, che speriamo possa riprendere lo spirito partecipativo degli Stati generali dell’esecuzione penale e che può mettere insieme storie, persone e culture differenti che si riconoscono nell’articolo 27 della Costituzione e nella limpida lettura che ne ha dato il Presidente Mattarella. Non pensiamo che tutto si possa fare in questi prossimi mesi, ma si può tracciare un cammino e cominciare a percorrerlo. Questo è l’auspicio, questo il nostro impegno.

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