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Come l’arte può cambiarti la vita. L’esperienza di Folias

“Ho conosciuto persone che al novantanovesimo muro non sono tornate indietro
ma sono salite sopra a tutto per vedere quanto lontano potessero andare i loro sogni” 

Diana Sperduti, artista e operatrice sociale


Avere e creare luoghi dove portare sentimenti e desideri e farli esprimere

Sin dalla nascita della nostra cooperativa, nei percorsi educativi e relazionali proposti alla città e ai giovani abbiamo ritenuto di mettere al centro l’utilizzo delle potenzialità espressive dell’arte e della musica come strumento straordinario in grado di favorire opportunità di crescita personale, di integrazione sociale e di miglioramento della qualità della vita delle persone e dei quartieri.

Ci siamo accorti sin da subito che il lavoro degli operatori sociali attraverso l’utilizzo di strumenti artistici favoriva in maniera diversa, e alcune volte anche in maniera più efficace, i percorsi di crescita, libertà e emancipazione che proponevamo alle persone.

La nostra storia nasce nel contesto delle case popolari del quartiere di periferia di Monterotondo, dove insieme ai ragazzi, alla comunità e all’amministrazione comunale abbiamo ristrutturato dei locali fatiscenti in mezzo alle case popolari creando il CANTIERE (il salotto che culla i sogni).
Li abbiamo destinati stabilmente a centro sociale, a sala prove e concerti e a laboratorio permanente di sperimentazione sociale, facendo del lavoro di creatività artistica in periferia l’asse portante delle nostre attività, scegliendo fin dall’inizio di non limitarci a fornire una “semplice” assistenza sociale o servizi di cura alle persone più fragili, ma interrogandoci piuttosto sui percorsi di crescita sia delle persone sia della città.

L’arte apre nuove prospettive: evocare la bellezza, far uscire il dolore e creare nuove relazioni

Un progetto funziona quando tutte le persone coinvolte imparano qualcosa, scambiano, cambiano prospettive, si contaminano e apprendono nuovi modi di comunicare.  L’arte e la musica in questo senso svolgono una funzione dinamica, terapeutica, catartica, in grado di migliorarci la vita. L’invito che abbiamo rivolto agli artisti è stato quello di creare con i ragazzi un racconto musicale di questa epoca. Di segnalarne vie d’uscita, di raccontare storie vere, di indirizzare in luoghi precisi rabbia e conflitto, di curare con il cuore la vita e di restituirci a una umanità necessaria.

Gli spazi comunitari urbani sono una parte fondamentale del processo di integrazione, scambio e sviluppo delle reti relazionali e delle pratiche educative. Da qui il tema della gestione e della riqualificazione di spazi e luoghi – strade, edifici, parchi – non solo come occasione di rigenerazione di luoghi degradati e invisibili, ma anche per valorizzare le interazioni della comunità con l’obiettivo di co-progettare attraverso un approccio dal basso verso l’alto. Abbiamo invitato artisti, musicisti e street artist a creare con noi un progetto che doveva essere collettivo e in grado di descrivere i tempi particolarmente bui che stiamo vivendo e come uscirne.

Artisti, giovani, scuole e cittadini sono stati coinvolti collettivamente nella creazione di una storia musicale e artistica che raccontasse l’epoca in cui viviamo.

I sogni popolari: coltivare il futuro che cambierà il mondo

Quando in cooperativa abbiamo pensato a un nuovo progetto di musica e street art siamo partiti dall’idea di evocare la felicità in mezzo al dolore e all’inesorabile solitudine delle persone. Le case popolari hanno preso forma nella nostra mente cominciando a vivere di luce propria. Le vite rinchiuse negli angoli sono venute fuori ad una ad una e le pareti dei palazzi si sono infestate di radici e sogni.

I nostri progetti basati sulla rigenerazione urbana, l’arte di strada, il teatro e la musica si fondano sull’idea di combinare felicità e bellezza, per creare qualcosa di straordinario, quasi un antidoto alla solitudine e alla fatica della vita quotidiana.

Volevamo aprire le case e far uscire la gente, e la creatività ha aiutato le persone a incontrarsi e a conoscersi più facilmente. Man mano che cominciavamo a colorare le pareti, ci siamo resi conto di quante speranze, sogni e relazioni umane erano contenute in quei palazzi. Le persone iniziavano a scambiarsi opinioni ed esperienze, si contaminavano a vicenda, scoprendo nuovi modi di comunicare. La bellezza di un luogo determina la qualità delle relazioni che si sviluppano in esso.

La bellezza sostiene la vita, cambia l’approccio alle cose, cambia il modo in cui le si guarda, offre opportunità per una rilettura complessiva del contesto. Un luogo bello riassegna la dignità alle persone.

La gente deve sentire che la bellezza è meritata, e deve pretenderla.

Imparare una nuova lingua universale che aiuti a superare il conflitto generazionale: il futuro dei giovani non è scritto 

Abbiamo imparato che non abbiamo bisogno di troppe parole per prenderci cura degli altri e del nostro territorio. L’arte apre le case, è terapeutica, e il lavoro sociale, che sa già cogliere e orientare le persone, grazie alla creatività trova nuovi modi di esprimersi, e una nuova leggerezza.

Questo incontro tra arte e sociale ci conferma che i desideri e i progetti di vita non possono essere scissi e che sono l’energia che, se sprigionata, sa muovere il mondo.

Quando tanti ingredienti diversi si mescolano magicamente in un groviglio armonioso di età, razze, culture e ansie metropolitane le più disparate, impariamo tutti ad utilizzare un nuovo vocabolario e allora il benessere e la sicurezza sociale sono pura attivazione, partecipazione e coinvolgimenti di tutti.

La forza di questa nuova lingua appresa è un antidoto per uscire da questa epoca buia e violenta, è uno strumento utile a conservare l’inclinazione alla positività e alla rinascita delle comunità in cui i giovani, affrancandosi dal conflitto generazionale che li limita e li ghettizza, trovano modo di esserci e di esprimersi. In un solo concetto: di crescere partecipando.

Dare fiducia alle periferie, dare fiducia al mondo: siamo pagati per pensare non per fare

È possibile generare bellezza e relazioni sociali dove la povertà culturale ed economica si fa sentire maggiormente. È possibile farlo facendo partecipare le città, promuovendo arte e bellezza con i cittadini e le cittadine di ogni età. Dovremmo essere capaci di stare nelle città con quello sguardo e quella attitudine di chi sposta sempre con fiducia un po’ più in là l’orizzonte per allargare la vita. Occorre promuovere cultura, occorre ascoltare, occorre saper rischiare, occorre proporre, aggregare, mediare. Occorre rioccupare le strade e le piazze. Dobbiamo scommettere ancora sulla bellezza, sull’arte, sulle grandi idee che fanno muovere il mondo. Dobbiamo far sì che chi incontra un operatore o una operatrice sociale ritrovi sempre quel bagliore nello sguardo di chi è capace d’accoglienza, ma anche la capacità di fare da soli come i primi della classe, di non ripetere all’infinito noi stessi, di inventare, saper sorprendere e sorprenderci guardando con lentezza e curiosità il mondo, consapevoli, come diceva il nostro amico e compianto collega Leonardo Carocci, che siamo pagati per pensare e non per fare.

Salvatore Costantino, Folias

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