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Giornata mondiale sulle droghe. Basta guerra alle persone che usano sostanze, governare il fenomeno

Giornata mondiale sulle droghe.
Basta guerra alle persone che usano sostanze, governare il fenomeno

Elementi positivi nel Ddl sulla detenzione domiciliare in comunità,
ma questi servizi non sono nati per recludere.
Numerose e gravi le criticità che affliggono il sistema di intervento.
Gioco d’azzardo: il governo prenderà, finalmente, provvedimenti coerenti
con l’allarme lanciato ieri?

25 giugno 2026

Domani si celebra la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di stupefacenti. Per il CNCA-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti è arrivato il momento di chiudere una lunga stagione di guerra alla droga che, in realtà, è stata una lotta contro le persone che consumano droghe e aprire una fase nuova in cui si cerca di governare un fenomeno che è strutturalmente presente nelle nostre società. “Nel presentare alla stampa la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia,” dichiara Caterina Pozzi, presidente del CNCA, “il governo ha – ancora una volta – rievocato immaginari di guerra mentre ciò che dovrebbe guidare l’azione pubblica è la tutela della salute delle  persone, che va garantita con azioni che riducano i rischi e limitino i danni connessi all’assunzione di sostanze e accompagnino nei percorsi di cura e riabilitazione decisi insieme alla persone stesse.”

In merito al Ddl sulla detenzione domiciliare in comunità per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, il CNCA esprime il suo giudizio positivo su alcune delle disposizioni presenti nel provvedimento – come una soglia di pena residua più alta per poter usufruire della misura alternativa in comunità o in un percorso semi-residenziale – ma ribadisce che le comunità sono nate per accompagnare e curare, non per recludere. “Se davvero vogliamo ridurre il ricorso al carcere,” precisa la presidente del CNCA, “la domanda non è quanti posti possiamo trovare nelle comunità, ma perché continuiamo a utilizzare il diritto penale per affrontare questioni che riguardano la salute, la sofferenza sociale, le disuguaglianze e i diritti. È su questo terreno che si gioca il futuro delle politiche sulle droghe. Ed è su questo terreno che le comunità terapeutiche possono continuare a svolgere il loro compito: non custodire persone, ma accompagnare percorsi di cambiamento.” Per il CNCA le persone con una certificazione di dipendenza non dovrebbero entrare in carcere quando autori di reati minori, andrebbe depenalizzato completamente il consumo e dovrebbero essere individuate soluzioni non penali per il “piccolo spaccio”, che è spesso solo uno strumento di sopravvivenza per i consumatori nel quadro normativo attuale. L’azione repressiva dovrebbe concentrarsi  sugli attori principali del narcotraffico, mafie e criminalità organizzata che usano violenza e sfruttamento arricchendosi alle spalle di milioni di consumatori. Inoltre, il CNCA ricorda che l’accesso alle misure alternative è oggi assai più ridotto di quanto sarebbe possibile e necessario perché la macchina amministrativa che dovrebbe gestire le pratiche (educatori, magistrati di sorveglianza…) non è in grado di assorbire il carico esorbitante che su di essa grava a causa proprio di una legislazione che affronta problemi sociali con risposte penali e detentive.

Il CNCA, poi, esprime sorpresa per la presentazione del sistema dei servizi come di “una rete solida sul territorio nazionale”. Diverse e rilevanti sono le problematiche e le carenze che il sistema affronta da anni, come gli organici inadeguati dei Serd pubblici (su cui l’azione del governo resta insufficiente) e le notevoli differenze – nei servizi offerti – che si riscontrano in aree diverse del paese: al centro-nord troviamo una ben più ricca tipologia di comunità – e, dunque, una migliore capacità di risposta a situazioni specifiche – e una rete di servizi di Riduzione del danno – la cui fondamentale importanza è riconosciuta nella stessa Relazione del governo, come “servizi di prima soglia” – che è quasi assente al sud, venendo così meno uno dei pilastri dell’azione di prevenzione previsto nei Lea. Una notevole eterogeneità di offerta sui territori si riscontra anche per gli interventi contro la dipendenza da gioco d’azzardo, inseriti anch’essi nei Lea. Inoltre, in molte regioni le rette per le comunità non sono state aggiornate rispetto al rinnovo del contratto di categoria, riducendo ulteriormente margini economici già ridotti all’osso. E permane una scarsa disponibilità di educatori in tutto il paese, figure professionali chiave non solo per le comunità, ma per tutti i servizi per le dipendenze. Per non parlare della grandissima difficoltà dei servizi a fornire assistenza sanitaria alle persone dipendenti recluse in carcere. “Il sistema va potenziato”, rileva Pozzi,  “anche perché sono davvero troppi i circa 8 anni (8,5 anni tra gli uomini e quasi 7 tra le donne) che passano tra l’età del primo consumo e quella del primo trattamento. I quasi 900 morti causati dall’abuso di sostanze indicati nella Relazione al Parlamento richiedono un nuovo approccio del sistema di intervento, che deve essere più vicino ai mondi del consumo e meno chiuso nei propri servizi e comunità. Le comunità locali hanno bisogno di più ascolto, prevenzione e prossimità.”

Il sottosegretario Mantovano ha annunciato che il 2026 è l’anno nel quale si pongono le basi per il nuovo Piano Nazionale sulle Dipendenze (PAND) in linea con il metodo adottato per la VII Conferenza Nazionale Dipendenze, coinvolgendo dunque l’intero sistema italiano che si occupa delle dipendenze. Il CNCA auspica che il gruppo di lavoro per la costruzione del nuovo PAND possa avvalersi delle competenze di altri soggetti della società civile che, a vario titolo, si occupano di droghe e che non sono stati coinvolti nei lavori della Conferenza, in particolare le associazioni di persone che usano droghe, i cui saperi ed esperienze costituiscono una risorsa collettiva.

Infine, il CNCA apprezza particolarmente l’enfasi con cui il sottosegretario Alfredo Mantovano ha presentato il problema della diffusione del gioco d’azzardo nel nostro paese, in particolare tra i giovani e i giovanissimi, questione che la nostra federazione e diversi altri soggetti della società civile sollevano da oltre dieci anni. In conseguenza di tali dichiarazioni, ci attendiamo che – da questo momento – il governo di cui il sottosegretario fa parte intervenga realmente per regolamentare un  fenomeno fuori controllo, riducendo prima di tutto l’offerta di gioco, ormai presente capillarmente in ogni angolo di quartiere, schermo e spazio web, senza cui è del tutto inutile fare poi la conta dei giocatori e delle persone dipendenti. Sarebbe una svolta per un esecutivo, e per i partiti di una maggioranza, che mai si sono impegnati per la tutela dei cittadini in quest’ambito e che, piuttosto, sono stati sempre molto disponibili nei confronti dei desiderata della filiera dell’azzardo.

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