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Il diritto all’abitare

Il diritto all’abitare e l’abitare come strumento di empowerment sono i due assi che la nostra organizzazione prova a saldare quando parliamo di “abitare” e delle forme in cui possiamo coniugare questa esigenza primaria.

Sono tante le organizzazioni aderenti al CNCA che negli ultimi anni hanno sviluppato e accompagnato percorsi di emancipazione di persone vulnerabili attraverso lo “strumento” casa.

Housing first, housing led, coabitazione, agenzia per la casa, orientamento all’abitare, appartamenti di “sgancio” per neo maggiorenni, sono alcune delle definizioni che comprendono un mondo variegato di esperienze che trovano spazio nel CNCA. Queste iniziative nascono spesso in continuità con i servizi residenziali dove viene offerta cura e presa in carico, o dal territorio, se non direttamente dalla strada. Alcune si sperimentano anche nella trasversalità dei bisogni, sul versante della vulnerabilità sociale che colpisce i migranti, i “working poor” o i percettori di reddito di cittadinanza, chi esce da una relazione affettiva e si trova in una situazione economica molto precaria. Un mondo bisognoso di un luogo dove stare, anche momentaneamente, a un costo accessibile.

Con il progetto “IEA! Inclusione, emancipazione, agency per combattere le disuguaglianze” abbiamo voluto iniziare a mettere a sistema queste nuove traiettorie in cui le nostre organizzazioni stanno investendo intrecciando le prassi, ponendo l’attenzione sulle esperienze da indagare, proprio sul tema dell’housing come strumento di emancipazione. Una prima mappa del fare.

Il tema dell’abitare ha radici profonde nel CNCA. Già nel 2005 in una iniziativa costruita insieme alla Fondazione internazionale Don Luigi Di Liegro onlus dal titolo “La città diversamente abitabile: disabilità: sfide sociali, culturali, ambientali” mettevamo al centro della nostra ricerca la relazione tra l’abitare e il territorio, in questo caso partendo dal tema della disabilità. Questo documento poneva già fortemente il tema dei servizi come beni relazionali, oltre che strumentali. La casa, i trasporti, gli sportelli sociali, le strutture sportive e ricreative, sono luoghi che non vanno pensati solamente per il loro valore di cura o riabilitativo, ma come fulcro di relazioni umane e sociali. Dicevamo allora provocatoriamente che il Piano regolatore di una città, che individua dove e perché costruire, dovesse mettere al centro anche la dimensione relazionale divenendo un Piano regolatore sociale.

Quella visione ci anima ancora oggi e il cambio del nome della nostra organizzazione in Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, e non più “di accoglienza”, recepisce parte di quelle intuizioni che richiamano le nostre prassi, come quella di “dare” una casa, dentro dei principi relazionali fondamentali per descrivere ciò che oggi è un territorio e la sua comunità abitante.

A partire dal 2020 il Gruppo Migrazioni del CNCA ha iniziato un suo percorso di riflessione sul tema abitare. Questo approfondimento, contenuto oggi nei Taccuini di conversazioni meticce (Comunità Edizioni), partiva dalla necessità di costruire delle attività, condividendo delle buone prassi, per rispondere al bisogno di case per le persone migranti che uscivano dalle nostre accoglienze e che, per vari motivi, rischiavano (rischiano tuttora) di finire in strada alla fine del periodo di permanenza nei progetti. Questa riflessione ha visto la produzione di una serie di seminari che hanno coinvolto sindacalisti, operatori sociali, docenti universitari, attivisti, artisti, affrontando il tema casa come tema trasversale letto con le lenti delle politiche pubbliche e delle alleanze sociali, delle prassi e di un approccio culturale al tema dell’abitare.

È evidente dai materiali raccolti da questo percorso, e da ciò che emerge nel progetto IEA!, che il deficit di politiche pubbliche sulla casa (PNRR compreso) e la crisi del welfare più in generale, siano parte essenziale dei problemi che oggi riscontriamo sulla mancata risposta al bisogno di abitazioni avanzato in forme diverse delle fasce vulnerabili della popolazione.

La casa nel nostro paese ha da tempo una connotazione di tipo finanziario. Essa è stata ed è ancora un bene rifugio. Questa visione incentrata sul valore economico-finanziario ha generato una disponibilità abitativa parcellizzata in tanti piccoli proprietari a cui non è corrisposto un ruolo attivo del pubblico. La mancata continuità di visione pubblica ha generato, in una situazione di crisi, sempre più una distanza tra l’offerta e la domanda, a cui si è aggiunta soprattutto nelle grandi città la speculazione legata anche alla gentrificazione dei territori e il fenomeno delle piattaforme come Airbnb.

Il CNCA nel prossimo periodo dovrà individuare i punti di “contatto” tra temi diversi che si intrecciano dentro la questione dell’abitare, partendo dalle esperienze delle nostre organizzazioni associate. Abitare come luogo della cura, abitare come protagonismo di cittadini attivi che auto-costruiscono la propria casa. Abitare come strumento di riappropriazione di beni pubblici messi a valore per la collettività. Abitare come coabitazione, come scelta comunitaria. Abitare come terreno di iniziativa politica per la distribuzione della ricchezza. Abitare come elemento della nostra impronta ecologica.

È in questa complessità che la nostra organizzazione si assume l’impegno per la costruzione di una coalizione sociale radicata nei territori, nelle tante esperienze che anche con il progetto IEA! abbiamo intercettato; una coalizione che si cimenti nello sperimentare forme nuove dell’abitare e si faccia promotore di politiche partecipate che riposizionino il bisogno dell’abitare come bisogno di tutti, come bene comune.

Stefano Trovato, CNCA nazionale

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