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L’abitare temporaneo a Trento e Foggia: un ponte per l’autonomia

Del terzo settore si parla tendenzialmente poco e male. Più che agente di prossimità in grado di facilitare processi, molto spesso lo si associa a principi e valori quali la carità e l’assistenzialismo, confondendo la parte per il tutto. A livello di senso comune siamo quindi abituati a pensare al lavoro sociale e al contrasto alle disuguaglianze che ne consegue come un palliativo, se non addirittura una sostituzione da parte degli operatori e delle operatrici nei confronti di beneficiari e beneficiarie. Alla luce di ciò, nel momento in cui questo mondo e i suoi servizi si intersecano con il tema casa, la confusione si fa ancora più significativa. L’abitare è infatti spesso associato a un’esperienza sul lungo periodo, il più delle volte nello stesso luogo, fatta di stabilità e sicurezza verso il futuro. Non a caso l’idea di una residenzialità leggera, intesa come modalità abitativa che possa cambiare a seconda delle fasi della vita e dei bisogni, raramente è entrata a far parte delle politiche nazionali sul tema. Eppure, quando le organizzazioni del terzo settore intervengono sul tema con progetti dedicati all’accoglienza temporanea, molto spesso ne vengono fuori esperienze virtuose che sanno andare oltre la mera dotazione di quattro mura e di un tetto. Nel più o meno breve periodo in cui si è ospiti si ha infatti non solo la possibilità di avere uno spazio in cui vivere, ma anche e soprattutto di acquisire nuovi strumenti per aumentare benessere e senso di autoefficacia, intervenendo sulla propria realtà (e sul proprio futuro) in modo attivo e consapevole.

Nell’ambito del progetto “IEA! Inclusione, emancipazione, agency per combattere le disuguaglianze”, tra le realtà del CNCA che vi hanno preso parte con progetti dedicati all’abitare temporaneo ve ne sono due in particolare che vale la pena raccontare. Da una parte l’associazione APAS, nel territorio della provincia autonoma di Trento, e dall’altra la fondazione Emmaus, attiva nella città di Foggia e nelle sue immediate vicinanze. Due territori differenti (Trentino-Alto Adige e Puglia) e due target molto diversi (detenuti o ex detenuti ed ex Minori stranieri non accompagnati-MSNA neomaggiorenni), ma un filo rosso che li accomuna: quello di supportare, senza mai farne le veci, chi è alle prese con un percorso di inserimento (o reinserimento) nella società. Il tutto a partire da un tetto, ma solo come condizione di partenza per poter accedere anche ad altri diritti e servizi, con l’obiettivo di raggiungere progressivamente una piena autonomia. Sia gli ex detenuti che gli ex MSNA appena diciottenni si trovano infatti in una fase della loro vita che spesso si trasforma in un vero e proprio limbo depotenziante: i primi, una volta scontata la loro pena, devono infatti ricostruirsi una quotidianità fatta di lavoro, relazioni sociali e di un’abitazione, con l’ulteriore difficoltà di doversi confrontare con una società giudicante nei confronti delle loro passate vicende giudiziarie; i secondi vivono invece un vero e proprio paradosso, all’interno di un paese che fino al compimento della maggiore età li inserisce in un sistema di accoglienza (spesso infantilizzandoli) salvo poi subito dopo pretendere da loro una repentina e piena indipendenza sotto ogni punto di vista.

APAS Trento: dalla sofferenza sociale alla cittadinanza attiva

Nel caso di Trento, supportare questo processo si concretizza nel mettere a disposizione alcuni alloggi in autonomia sia al momento della dimissione dal carcere per fine pena che per mezzo dei benefici di una misura alternativa. L’importanza di fornire un’alternativa alla detenzione può essere sintetizzata nelle parole di Aaron Giazzon, coordinatore dell’associazione da diversi anni: «Il riscontro positivo più evidente? Non abitare un luogo in cui la sofferenza è il metro di misura dell’esperienza». L’associazione gestisce al momento 14 posti letto con regimi differenti, quasi tutti in coabitazione e con la propria stanza privata, che spesso prevedono anche una presenza leggera da parte di operatori e volontari – nonostante durante la pandemia siano arrivati a gestirne fino a 20.

Gli invii avvengono su segnalazione del carcere di Trento o dell’autorità giudiziaria e vengono poi valutati caso per caso. «Quello che è il classico ospite della nostra associazione – spiega sempre Giazzon – è un soggetto tendenzialmente fragile sotto il profilo sociale, con una situazione familiare molto instabile o con grosse dipendenze e che si trova a compiere dei reati tendenzialmente legati al patrimonio, come furti o anche spaccio di lieve entità. Raramente abbiamo soggetti con reati legati alla persona. Non è che non li prendiamo: semplicemente sono meno sui nostri territori e sono molto sottodimensionati rispetto al territorio italiano». Anche una volta terminato il percorso, nessuno viene lasciato da solo: «Si può restare sicuramente fino a fine pena e poi iniziare un lavoro di zona cuscinetto, che può dipendere dal proprio progetto di vita. Ad esempio, se un nostro ospite ha un lavoro a tempo determinato, noi lo sosteniamo fino al cambio o alla stabilizzazione del lavoro; se è una persona che ha un progetto di vita in un altro territorio, lo ospitiamo finché non si trasferisce. In poche parole, cerchiamo di creare uno spazio ulteriore per chi dovesse avere difficoltà per conto proprio». Oltre all’accoglienza vera e propria, operatori e volontari sono infatti direttamente impegnati nel supportare ospiti ed ex ospiti nella ricerca attiva di un lavoro e di una casa. In questo modo, sia durante che al termine dell’esperienza abitativa nelle strutture APAS, gli ospiti sono in grado di migliorare la propria conoscenza del territorio, soprattutto sotto il profilo dei servizi: «Trento è un territorio con un numero di servizi per abitanti impressionante, così tanti che però si rischia di non conoscerli. Per cui qui cerchiamo anche di aiutare le persone a capire quali sono le attività e i servizi di cui possono godere».

In alcuni casi, una maggiore consapevolezza delle risorse territoriali si è tradotta anche in un maggiore protagonismo e coinvolgimento attivo nella vita sociale locale da parte di alcuni ex beneficiari. È il caso di P., ex imprenditore ed ex detenuto non originario di Trento, che a seguito del percorso con APAS ha avuto modo di immergersi per la prima volta nel mondo del terzo settore con un’esperienza come “accogliente” all’interno di un appartamento in coabitazione: «Gli accoglienti praticamente fanno da punto di riferimento tra la persona con cui si coabita e che ha problemi e una rete di persone come infermieri, medico, psichiatra o assistente sociale, che seguono questa persona». Un’esperienza segnante al punto tale che l’ha portato a fondare una sua associazione, in cui ad oggi ricopre il ruolo di presidente: «Come accoglienti e badanti vorremmo arrivare a iscriverci al registro nazionale per poter l’anno prossimo accedere anche a fondi pubblici. Stiamo progettando di poter dare un servizio per diverse tipologie di persone, dagli anziani a chi ha problemi di salute, per poterle accompagnare e renderci disponibili per pratiche burocratiche o per esami in ospedale quando non ci sono alternative».

Fondazione Emmaus di Foggia: l’housing come porta di accesso

L’esperienza di Foggia, invece, per quanto legata a una fondazione attiva fin dal 1976, è nata piuttosto di recente per via di una intuizione emersa negli ultimi anni, in particolare a seguito dell’aumento della popolazione migrante: «Avendo a disposizione una serie di immobili e di masserie presso il comune di Foggia e visto anche il bisogno che c’è, abbiamo intuito che offrire un’accoglienza di abitare temporaneo potesse essere utile a delle persone», spiega la presidente della fondazione Emmaus Rita De Padova. «Quando abbiamo cominciato, in realtà, pensavamo soprattutto ai ragazzi che uscivano dalle comunità educative o terapeutiche, ma poi siamo stati invasi da richieste di persone migranti. Molti di loro erano alla ricerca di casa, ma qui ormai nessuno fitta niente a nessuno e c’è una difficoltà enorme a chiudere contratti di affitto». Una situazione che vale soprattutto per gli ex MSNA, alle prese con la ricerca di un affitto commisurato alla loro capacità di spesa e che possa fungere da trampolino di lancio per la regolarizzazione della loro posizione: «All’inizio del progetto non avevamo considerato alcune questioni, come la residenza. In questi quattro anni abbiamo sperimentato una cosa preziosa specialmente per gli stranieri, che sono la maggioranza dei nostri ospiti: poter dire che fino a un massimo di 18 mesi hanno una casa in comodato d’uso gratuito con il solo rimborso spese delle utenze, permette loro di avviare le pratiche in questura e cominciare tutto un percorso fatto di residenza, carta d’identità, bancomat, potendo lavorare alla luce del sole. Per tanti siamo stati una vera e propria porta di accesso per la residenza. Simili esperienze diventano sempre dei ponti: l’esperienza dell’housing, in particolare, diventa spesso un ponte per raggiungere delle autonomie, fare dei percorsi».

È il caso di P., originario del Ghana, che oggi vive in coabitazione con altri due ragazzi. Dopo l’esperienza in una comunità familiare e un tirocinio formativo in alcune aziende locali, l’associazione Emmaus è riuscita insieme a lui a trovare una casa a Foggia, dove è stato stipulato un contratto di affitto. «Sono in Italia da sette anni, ma questa esperienza mi ha sicuramente reso la vita più facile – spiega P. «Perché io lavoro su Foggia, quindi anche avere più vicino la casa, visto che spesso finisco di notte… da qua fino al lavoro ci metto di meno rispetto ad altre situazioni». Tuttavia, sia nel caso di Trento che in quello di Foggia, molto spesso ospiti ed ex ospiti devono confrontarsi nell’accesso alla casa non solo con affitti troppo cari, ma anche con problematiche come il razzismo e la diffidenza da parte di diversi proprietari. «Il contratto di affitto è stato fatto da una persona disponibile, sensibile, che già ci conosceva, dove noi come fondazione abbiamo però dovuto fare da garante al 100%». La speranza è che al termine di questo primo anno, durante il quale il progetto coprirà anche le spese, il proprietario possa passare a un contratto direttamente con loro, permettendogli di andare in piena autonomia.

Conclusioni

Non sempre a simili esperienze seguono protagonismi attivi all’interno della società ospitante. Il più delle volte, una volta terminati, tutto ciò che si vuole è semplicemente costruirsi una propria dimensione quotidiana fatta di routine, lavoro, casa e cerchia sociale di riferimento. Tuttavia, esperienze come quelle di Trento e di Foggia ci ricordano che esistono diversi modi di abitare: non tutti sono definitivi e non solo questi ultimi possono avere un ruolo importante nella costruzione di un progetto di vita sul lungo periodo.

Per quanto riguarda i diretti interessati, dal punto di vista istituzionale difficilmente si è consapevoli delle diverse fasce di bisogno e del fatto, ad esempio, che tra l’emergenza estrema e la stanzialità definitiva – o per dirla altrimenti, tra la strada e il mutuo – vi è un universo fatto di persone, composto non solo da condizioni materiali, ma anche da scelte di vita, problematiche ed esigenze che cambiano nel corso del tempo. Spesso non basta neanche parlare di precarietà economica e abitativa per affrontare strutturalmente il problema: anche al suo interno, infatti, vi è un mondo di esperienze e bisogni differenti, che molto spesso devono scontrarsi con ostacoli dovuti allo stigma e alle discriminazioni, oltre che a dei consistenti vuoti legislativi.

Come spesso accade, laddove non arriva il welfare familiare o lo stato interviene il terzo settore, con il suo bagaglio tanto esperienziale quanto innovativo. Il passo ancora da compiere, di conseguenza, è far sì che simili sperimentazioni possano continuare a costruire ponti – per dirla come Rita –, per concepire la casa non più come ‘premio finale’, dunque come punto di arrivo, quanto come punto di partenza di un percorso ben più ampio di accesso ai diritti.

Chiara Cacciotti, ricercatrice

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